Monday, Sep. 25, 2017

Montefalco in Sabina

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August 20, 2015

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Montefalco in Sabina

Montefalco in Sabina – da non confondersi con il ben più noto Montefalco in provincia di Perugia – è un castrum ormai da secoli disabitato e ridotto a ruderi. Come però molti dei castelli nati nell’alto medioevo, godeva di una posizione assolutamente dominante dalla quale lo sguardo può correre lontano e se a ciò uniamo il fatto di distare non più di mezz’ora a piedi da Monteflavio, allora Montefalco rappresenta anche un’ottima meta per una comoda escursione.

In questi casi, poiché è proprio la posizione ad aver determinato la costruzione del castrum, partiamo da qui. Montefalco si trova a 897 m s.l.m.; ad ovest guarda verso la pianura del Tevere e lo sguardo si perde verso Roma, oltre il Monte Soratte, oltre Fara Sabina; a nord ha il Monte Gennaro oltre il quale si trova Palombara Sabina; ad est il Monte Pellecchia (e l’attuale abitato di Monteflavio). Sebbene non potesse “guardarsi” con Palombara, lo poteva probabilmente fare con Castiglione di Palombara, rocca anch’essa oggi diruta ma non all’epoca.

Montefalco Sabina monteflavio

Montefalco: la storia

Come di altri castrum sabini ormai perduti, di Montefalco sappiamo poco. Quel poco è però ottimamente riassunto da Franco Pompili nella sua opera “Palombara Sabina nel Medioevo”.

Nulla sappiamo circa la sua fondazione ma potrebbe risalire al X o all’XI secolo, al tempo in cui il fenomeno dell’incastellamento interessò anche la Sabina. Alcuni studiosi lo ritengono invece databile al XII secolo per via delle sue strutture murari.

Franco Pompili (pg. 206) sitetizza così quanto ad oggi sappiamo: “Nella bolla di Martino V (1281-1285) nella qule sono indicatiMontefalco Sabina i confini della Sabina è menzionato un ‘Montis Falcis’ e nel Registrum Iurisdictionis Sabinensis del 1343, la pieve di San Martino ai piedi del castrum, definita chiesa presbiteriale, viene tassata di due rubbia di grano, mentre vengono segnalate altre due chiese di San Biagio e di San Pastore. In quella data (1343) Montis Falconis viene dichiarato dirutum, mentre nelle liste del sale e del focatico del 1363, venti anni dopo, viene tassato per dieci rubbia di sale”. Secondo i conti, ciò porterebbe a stimare in 160 il numero dei suoi abitanti di allora.

Franco Pompili ci fornisce anche altre testimonianze per la collocazione nel tempo di Montefalco. Nel 1309 Nicolaus di Montefalco – clericus cappellanus et arcipresbyter di Montefalco – compare tra i giudici che presiedono al processo ai templari che si tiene a Palombara. Intorno alla fine degli anni ’40 del 1300, un Angelutius di Montefalco, come riporta il Pompili: “compare negli atti del notaio Johannes Nicolai Pauli di Roma, … il quale fa da testimonio al testamento della moglie di Giovanni Ylperini la cui origine dovrebbe essere tiburtina”.

Nel repertorio del notaio Paulus de Serromanis, in Roma, troviamo un atto del 1364 nel quale tal Vannello di Ceccolo già di Montefalco e ora del rione Trastevere perende in locazione 4 pezze di terra fuori porta Appia.

Il Pompili riporta ancora come nel 1445 Montefalco risulti feudo abbaziale di San Paolo e come Andrea di Palombara ne disponga nel suo testamento nel 1446 e come ancora nel 1495 la “tenuta” di Montefalco risulti tra le proprietà di Troiano Savelli dell’Ariccia, signore di Cretone. Il termine “tenuta” dovrebbe essere indicativo del fatto che il castrum non esista più è che si tratti di possedimenti agricoli.

Da segnalare infine come nel 1497 tal Bernardino Calvo da Montefalco funga da procuratore del Cardinale Giovanni Battista Orsini in un atto relativo al monastero di San Salvatore Minore a Scandriglia. Siamo molto in là negli anni (come vedremo tra un attimo) ma Scandriglia è dietro l’angolo, per così dire, rispetto a Montefalco e dunque questo Bernardino potrebbe essere della nostra Montefalco e non di quella umbra.

La fine di Montefalco

Montefalco SabinaUn fatto però è (quasi) certo. Come afferma, infatti, il Pompili: “…sembra che Montefalco sia stato totalmente distrutto il 30 marzo 1349 dalle artiglierie dei Colonna, provocando la morte di tutti gli abitanti”. Non sappiamo il perché di questi fatti, tantomeno per quale ragione i Colonna si trascinarono fino a Montefalco l’artiglieria: un disturbo non da poco. Osserva anche Pompili come questa operazione dovette richiedere l’accordo sia dei Savelli, signori di Palombara, che dei Palombara, signori di Moricone, in quanto i Colonna dovettero passare per i loro territori.

Sappiamo viceversa con assoluta certezza – è una storia ben nota – come Monteflavio nasca intorno al 1570 per volere del cardinale Flavio Orsini il quale consentì ad un massiccio trasferimento di abitanti di Marcetelli nelle sue terre creando il borgo che prese il suo nome.

Ad oggi, non ci resta che supporre o che il castrum non sia in realtà andato del tutto distrutto nel 1349 oppure che – in una qualche forma – vi sia stata ancora per un certo periodo una comunità stanziale nell’area di Montefalco. D’altra parte, quanto resta ancora oggi in piedi di Montefalco – 550 anni dopo quel famoso 1349 – lascia suppore che la distruzione perpetrata dai Colonna non fu così radicale come la storia ci ha tramandato. Viceversa, nulla vieta che nelle difficili condizioni di vita di quei secoli, la numerosità popolazione oscillasse in modo significativo o che il castrum venisse totalmente abbandonato per periodi.

Montefalco: i resti e l’escursione

Ma veniamo ai giorni nostri: giungere a Montefalco è piuttosto semplice: arrivate fino al campo sportivo di Monteflavio e, alla fine delle strutture sportive, troverete un cartellone di legno ad uso “informazione turistica” con indicato sul palo il numero “313” nella tipica bandierina rossa e bianca che contraddistingue i sentieri. Non vi resta che seguire il 313 per mezz’ora e arriverete a Montefalco.

A quota 897 m s.l.m. scoprirete quanto resta di un castrum a pianta circolare. La cinta muraria, che raggiunge i sei metri, ha due tronconi ancora in piedi per una discreta lunghezza. Quello più lungo guarda verso Monteflavio mentre quello più corto da ad ovest verso il Tevere. Si tratta di mura dalla profondità non eccezionale (circa 80 cm) le quali dovevano avere a difesa un certo numero di torri o, comunque, di costruzioni che si protendevano oltre le mura consentendo il “tiro incrociato” sugli assalitori. All’interno del perimetro delle mura, nella posizione più elevata disponibile, emerge chiaramente la sagoma del mastio. Dalla sua cima il panorama è significativo, per così dire.

In termini di disposizione del terreno, la parte più scoscesa del colle è quella che guarda la vallata del Tevere mentre il declivioMontefalco Sabina è più dolce e, dunque, meno difendibile, verso Monteflavio. Non a caso, il mastio è posto a ridosso del lato scosceso del colle. Da notare come probabilmente il mastio fosse difeso o da più di un giro di mura oppure come oltre la cinta muraria – dal lato valle del Tevere (ovest) –  vi fossero degli ulteriori terrazzamenti o edifici che potessero fungere da prima difesa.

Infine, è ben conservata la cisterna del castrum. Posta tra il mastio ed il lato ovest delle mura, misura circa 6 m per 5 m con una profondità che potrebbe arrivare ai sei. Era a volta (oggi crollata) e nella parte superstite della stessa volta si vedono ancora i segni della “cannicciata” utilizzata per costruirla. Quindicimila litri d’acqua potrebbero essere la capienza teorica: in un’epoca nella quale non ci si faceva la doccia, non erano pochi.

Dunque, una passeggiata fino a Montefalco vale senz’altro la pena mentre ai cultori della storia sabina spetta l’onere di cercare nuovi elementi per completarne la storia.

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Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.