Monday, Jul. 16, 2018

Schizofrenia: terapie efficaci ma impatto drammatico

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January 31, 2018

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Schizofrenia: terapie efficaci ma impatto drammatico

Schizofrenia: in Italia il 72,1% dei pazienti è soddisfatto della capacità del medico di coinvolgerli nelle scelte terapeutiche e il 71,5% per l’efficacia dei farmaci. Uno su quattro ha ricevuto la diagnosi alla prima visita, ma spesso durante un ricovero ospedaliero. Molto pesante l’impatto sociale per i malati: il 47,2% ha lasciato il lavoro, il 33,8% non ha potuto terminare gli studi. Vita dura anche per i caregiver per le ricadute delle attività di assistenza sul lavoro e nelle relazioni.

Questi sono i principali risultati della ricerca «Vivere con la schizofrenia: il punto di vista dei pazienti e dei loro caregiver» realizzata dal Censis

Schizofrenia: i dati

La schizofrenia è una grave malattia mentale dai sintomi complessi che possono provocare significativi cambiamenti comportamentali. I dati riportati dall’Istituto Superiore di Sanità fanno riferimento per l’Italia a circa 245.000 persone che soffrono di questo disturbo. La malattia esordisce in giovane età (tra i 15 e i 35 anni) e può avere effetti dirompenti sul progetto di vita della persona che ne è affetta. L’esordio più frequente si registra in media a 23,5 anni, ma il percorso che porta alla diagnosi dura circa 3 anni.

La diagnosi

Ai primi sintomi, il 58,8% dei pazienti si è rivolto a uno specialista (nel 39,9% dei casi a uno specialista pubblico, mentre nel 18,9% a un professionista privato). Tra gli specialisti, gli psichiatri sono stati i medici più consultati (34%), mentre lo psicologo è stato indicato dall’11,7%. Poco più di un paziente su quattro ha ricevuto la diagnosi di schizofrenia alla prima visita (il 27,2%), mentre il 15,2% ha ottenuto l’inquadramento della patologia dopo oltre cinque controlli, il 12,6% dopo tre o quattro consulti medici, il 7,9% dopo il secondo incontro.

Schizofrenia: il rapporto medico – paziente

La fiducia riposta nei confronti del proprio medico costituisce un fattore essenziale. Il 72,1% dei pazienti è soddisfatto della capacità del proprio medico di coinvolgerlo nella scelta della terapia e il 71,5% per l’efficacia dei farmaci. Il giudizio positivo nei confronti dei farmaci prescritti si traduce in buoni livelli di compliance: il 66% dichiara di non scordare mai di assumere le medicine e il 20,3% di prenderle la maggior parte delle volte.

L’impatto sociale

I pazienti che ricevono quotidianamente aiuto nella gestione della malattia dai familiari sono la maggioranza. Il 70,7% (l’84,2% dei più giovani) ha un familiare in casa che si prende cura del suo benessere. L’impatto della schizofrenia è sin dai primi sintomi di grande rilevanza: il 42,1% dei pazienti considera la qualità della propria vita prima dell’inizio dei trattamenti sotto la media (17,8%) o scarsa (24,3%).

L’attività lavorativa è stata largamente pregiudicata dal sopraggiungere della patologia: il 47,2% ha dovuto lasciare il lavoro, il 25,4% ha perso ore di lavoro, il 23,2% è stato costretto a cambiare attività lavorativa e il 16,2% ha ridotto il tempo dedicato alla propria occupazione.

La precoce età media di comparsa della patologia ha impedito al 33,8% di ultimare il percorso scolastico, mentre il 12% ha dovuto modificare il corso di studi. Le conseguenze in termini personali dell’insorgere della malattia segnano fortemente lo stato d’animo dei pazienti. A fronte del 59,7% che indica di aver ricevuto attestati di solidarietà da parte dei propri conoscenti, sono prevalenti le esperienze di frustrazione, disagio ed emarginazione: il 75,2% nasconde o non parla a nessuno della sua malattia, il 70,5% si sente discriminato, il 63,8% teme che i sintomi diventino evidenti in certe circostanze.

Vita dura per i caregiver

L’attività di assistenza viene prestata in larghissima maggioranza da un membro della stretta cerchia familiare. Principalmente se ne occupano i genitori (54,8%), un fratello o una sorella (19,1%), il partner (11,5%). Il ricorso al personale esterno è limitato a poco meno dell’8% dei casi. L’impegno richiesto è particolarmente gravoso e si divide tra ore dedicate all’assistenza (in media i caregiver dedicano a queste funzioni 12,3 ore della giornata) e alla sorveglianza (12,8 ore in media).

Le sollecitazioni emotive e la fatica fisica legata all’attività di assistenza del malato determinano ricadute di diverso tipo. Il 63% dei caregiver si sente fisicamente stanco, il 43,5% non dorme a sufficienza, il 23,2% è dovuto ricorrere a supporto psicologico. Il 37,8% ha modificato alcuni aspetti della propria vita lavorativa, con un impatto che per molti si è tradotto concretamente nell’abbassamento del proprio livello reddituale. In particolare, il 24,5% è andato in pensione anticipata, il 15,1% ha rinunciato alla ricerca di un lavoro e si è dedicato interamente all’assistenza del familiare.

Il deterioramento della coesione familiare costituisce un ulteriore effetto: per il 57,6% dei caregiver le necessità di assistenza del malato hanno determinato malcontento tra i componenti del nucleo familiare, il 32,6% segnala frustrazione per non riuscire ad adempiere appieno ai propri doveri familiari e il 17,4% segnala un impatto anche sulla propria relazione di coppia.

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