Wednesday, Dec. 8, 2021

Non gli Orsini ma i Capocci, primi Signori di Monterotondo

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March 25, 2013

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Non gli Orsini ma i Capocci, primi Signori di Monterotondo

In una conferenza – a livello nazionale per i relatori presenti e con il Patrocinio del Senato della Repubblica – e seguita dalle migliori menti di Monterotondo; svolta il 15 maggio 2004 nel salone a volte delle Antiche Cantine Mancini in Viale Serrecchia, uno spazio allora sede di eventi culturali dell’associazione Umaif, fu presentata questa nobile e storica famiglia grazie al ritrovamento a Monterotondo di un antico stemma in travertino color giallo (23×16 cm. circa) il cui materiale proviene dall’area estrattiva minima in località Macchia del Barco con affioramenti – una volta evidenti – in Colle del Lupo. (1)

Il “campum rotundum” nel 1012-13 è proprietà dell’Abbazia di Farfa, nel 1081 lo ritroviamo assegnato con una bolla di Gregorio VII (papa tra il 1073 ed il 1085) al Monastero di San Paolo fuori le mura a Roma, “cum ecclesia  Sanctae  Reparata”. Questi monaci diedero in enfiteusi (che è un affitto che può essere perpetuo e quindi trasmettersi generazionalmente) ai signori Capocci di Roma, ma più verosimilmente ad un ramo viterbese della famiglia come suggerisce lo stemma. (2)

I Capocci: chi erano?

La famiglia è citata in atti e documenti romani. Nel 1172 Romano Capocci è Console dell’Urbe, poi vari cardinali e personaggi, ne illustrano con case e proprietà in tutta la città di Roma le loro gesta (e a tal proposito si vuole ricordare che Giovanni Capoccio fu uno dei tredici cavalieri italiani della famosa “Disfida di Barletta” nel 1503 ). Nel  X-XIII secolo furono Signori di tanti feudi in tutto il centro Italia, ma intorno a noi anche a Mentana, Montecelio e Sant’Angelo Romano (chiamato in origine “ S. Angelo in Capoccia”) e altri luoghi, praticamente la fascia territoriale a nord di Roma, che già nel XV secolo andò in pertinenza tutta agli Orsini.

In  Monterotondo precedettero il lungo dominio degli Orsini, iniziato con Matteo Rosso e proseguito sino al 1625, loro termine e avvento dei Barberini. Ma – e qui nasce il dilemma – benché avessero quivi costruito casalia ed avessero il possesso del feudo e, secondo un mio studio (3), costruito anche la prima torre semaforica, a partire dal XIV secolo – come sopra evidenziato – non si trova più traccia alcuna di loro nel luogo. E nessuna guerra o contesa risulta storicamente esserci stata tra Capocci ed Orsini, e anzi risultano dei matrimoni celebrati tra le due famiglie. (4)

Gli stemmi dei Capocci e degli Orsini

Gli stemmi, a detta degli araldisti – ma non tutti – iniziano ad usarsi dopo il 1100, ma io ne dissento in parte, per un semplice problema di logica – soprattutto militare – immaginatevi un po’ le antiche battaglie, con centinaia, migliaia di partecipanti intenti a darsele di santa ragione, se questi non avessero avuto per distinguersi tra commilitoni e nemico, un simbolo, uno stemma; che le divise le ebbero solo i corpi speciali dell’esercito romano e pochi altri, ed essendo improbabile per tante ragioni storiche e sociali ed economiche, l’adozione di vestimenta uguali. Ed inoltre vedremo – come nello stemma proposto – le indagini e le relative comparazioni, indicano date precise ed antecedenti.

Gli Orsini avevano primieramente per stemma un’orsa rampante, poi a tale stemma – e non si sa quando – fu aggiunta una rosa. E su tale fiore nascono le ipotesi. Per alcuni studiosi esso è l’anagramma della parola “orsini-rosini”, per altri origina da un ramo boemo della famiglia, legata al castello di Rosemberg in Germania, ove si rifugiarono cacciati da Roma dai ghibellini nel 1010 (5).

Oppure, l’ipotesi dell’araldista Carlo Alberto Gorra (6) il quale dice che, in una “commistione consortile”, furono i Capocci viterbesi, ad inserire nelle loro bande usuali d’azzurro e oro, la rosa orsiniana. Seguendo questa ipotesi, nella fase del passaggio del feudo di Monterotondo dai Capocci agli Orsini, lo stemma sarebbe andato mutando: nello stemma Capocci (bande d’azzurro e oro) sarebbe entrata la rosa Orsini e così gli Orsini, del ramo di Monterotondo (i quali, come vedremo nel seguito, erano probabilmente strettamente imparentati con i Capocci) iniziarono ad impiegare uno stemma diverso dal quello originale del loro casato.

Naturalmente oltre al piccolo logico ragionamento sopra esposto, io ho voluto fare delle indagini archeoartestoriometre (7) sullo stemma trovato con delle analisi di comparazione tra la malta trovata negli interstizi del concio di travertino e simili materiali inerti certificati del X ed XI secolo trovandone piena rispondenza (8). Tale pietra si trova così ad essere la più antica e documentale della città, ma non vuole esaurire il suo compito, e ulteriori studi la potrebbero vedere ancora protagonista, insieme alla famiglia in essa rappresentata

V’è ancora un piccolo documento – presente nelle carte del Duomo ma da me ancora non ritrovato (ma sono migliaia di fogli sciolti) – citato da uno storico parroco del Duomo Don Alessandro Pascazi (+1991) che lo indica in una lettera a Don Aldo Andreozzi (+2007, altro sommo storico della diocesi sabina) (9) con cui era in corrispondenza di studi, in cui parla di una missiva inviata da un canonico della Collegiata di S. Maria Maddalena ad un monaco dell’Abbazia di Farfa intorno al 1650: in essa si “spettegola sugli Orsini” e su come erano pieni nella pelle di animaletti di ogni sorta, (ma chi a quei tempi non aveva pulci e pidocchi come costanti e fedeli compagni ?) e tra l’altro di come spregiudicatamente (ma sempre a quei tempi, il potere aveva preminenza su affetti e sangue) usassero scambiare parte delle loro nate figlie femmine, con altri maschi di parenti o addirittura della servitù (garantendo naturalmente a tali infante ricche doti e prebende  a vita ) e in tal modo – continua il  maldicente canonico, tale Gio: Annio Mancini – “come l’orsini avessero a sposare co maschi scambiati, le femmine altrui”. Fu forse questa la sorte, per cui i Capocci sparirono dal feudo ?

Infatti per il regime matrimoniale antico, e il nome e lo stemma avitale della nuova casata, era trasmesso dal maschio (come prosegue oggi, nei cognomi). Più tardi si aggiunse in un quarto dello “scudo” – ma non sempre – anche lo stemma d’origine della sposa, che però nelle trasmissioni successive tendeva a scomparire.

La rosa entrerà con le bande negli stemmi della Comunità di Monterotondo. In seguito nei tempi moderni, rimase solo la rosa con i tre monti, non per i tre monti della città (che non ci sono) ma perché in araldica, quando si disegnano nuovi stemmi comitali e non si sa cosa mettere – eludendo la storia – si piazzano sempre uno o più monti (che difatti imperversano in centinaia di stemmi delle città italiane e sono appunto detti tecnicamente, “pezzi all’italiana”) sormontati da qualcosa di veramente attinente al luogo.

In città i casalia dei Capocci sono stati da me individuati – oramai inglobati in altre costruzioni – nella zona di Piazza del Sole (ora Carducci) e della scomparsa S.Hilario, dalla omonima chiesa fondata nel 1500 dal cardinal e vescovo sabino (per pochi mesi) Lorenzo Cibo (10) e dove è stato trovato lo stemma citato.

Note
1)    MonterotondoOggi Aprile 2006 – Nuova serie
2)    G. Delfini – Diario III° parte IIa
3)   Antonello Ferrero- Studio sulle fondamenta e sul materiale della torre semaforica primieva di Monterotondo e del centro abitato, in fascicolo edizioni Umaif 2003
4)    Archivio Duomo – Basilica di Monterotondo RGD Busta VI
5)    Teodoro Amayden – Storia delle antiche famiglie romane
6)    MonterotondoOggi, citato
7)    Archeoartestoriometria è una particolare scienza, che indaga un determinato fatto o reperto storico esaminandolo in tutte le sue valenze e con metodi scientifici e di laboratorio, promulgata dallo scrivente nella metà degli anni ‘90
8)    Analisi diffrattometrica e porosimetrica unitamente alla termo differenziale e alla termo ponderale.
9)    Ex Archivio Andreozzi Busta 6° n.1 – Biblioteca Ferrero (Nioi Satta Tola Dore)
10)  Monterotondo Oggi Marzo 2006

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Due parole sull'autore

ferrero.antonello@laboratorionomentano.it'

Antonello Ferrero

Antonello Ferrero vive e lavora a Roma. E’ ricercatore storico multidisciplinare, conferenziere, Perito d’arte e Antiquariato per enti privati e pubblici, Curatore e archivista di beni ecclesiali. Ha divulgato negli anni per innumerevoli riviste specializzate e giornali e tenuto conferenze in Italia e all’estero. Ha pubblicato decine di lavori: sui semi e pollini storici (1994), sulle tecniche costruttive nel Lazio medievale (2003), sulle analisi patoantropologiche sul sotterraneo cimitero del Duomo-Basilica di Monterotondo (2007); Guida agli Stemmi Papali (1a ediz. 2000, 2a ediz. 2013).