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Chiesa di San Paolo a Poggio Mirteto

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December 6, 2012

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Chiesa di San Paolo a Poggio Mirteto

Antica come Poggio Mirteto, a sua volta fondata intorno alla metà del ‘200, la Chiesa di San Paolo, è situata subito fuori il perimetro del borgo forse per la sua natura sia di parrocchiale (la prima di Poggio) che di chiesa cimiteriale, per la quale funzione, persa nel 1888 con la costruzione del nuovo cimitero, fu poi utilizzato anche l’attuale Parco San Paolo.

Nella memoria storica di Poggio Mirteto, la chiesa è collegata ad un fatto miracoloso: nel 1654 le campagne vennero invase dalle cavallette e la popolazione chiese ai Padri Missionari di ripristinare la tradizione di celebrare in San Paolo la messa del Venerdì Santo. La storia vuole che, al termine della funzione, l’invasione delle cavallette fosse terminata.

Chiesa San Paolo Poggio Mirteto: la visita

Visto da fuori, l’edifico sacro non lascia presagire i suoi tesori: la facciata è semplice con portale e rosone in pietra. Varcata la soglia, la meraviglia si fa allora più grande. Infatti, le pareti conservano ancora parte importante di quegli affreschichiesa san paolo poggio mirteto abside che un tempo le coprivano completamente. Va evidenziato come i dipinti si articolino in un continuum che va dal ‘200 al ‘500 con un’alternanza di temi e stili che rende la visita di grande interesse.

L’edificio è a navata unica con quattro ampi archi a sesto acuto che polarizzano lo sguardo verso l’abside. Inevitabilmente, la nostra visita parte da qui. Nella parte alta è raffigurata L’Incoronazione di Maria attribuita a Lorenzo Torresani, databile al 1521. Gesù e la Vergine sono circondati da un coro di angeli musicisti a loro volta cinti da una corona di angioletti. Osservate gli strumenti: sul lato sinistro gli angeli suonano una cetra, una chitarra, un flauto ed un tamburello; sul lato destro un liuto, un violino ed un flauto (del quarto angelo si è perduto lo strumento ma le mani mi fanno pensare ad un tamburello).

Nella parte sottostante dell’abside è affrescata La Conversione di Saulo dove quest’ultimo, caduto da cavallo, vede in alto il Cristo che gli parla. Ai lati dell’affresco si stagliano, ieratici, San Pietro con le chiavi e San Paolo conla spada. In alto ai lati dell’Incoronazione, negli angoli, rispettivamente, di destra e di sinistra sono rappresentati Isaia e Salomone.

Ora che siete concentrati nell’osservazione dell’abside, giratevi di scatto e guardate la parete di fondo della chiesa: è forse bella quanto l’abside e raccoglie due opere di valore particolare, di cui parleremo tra un po’.

San Paolo: gli affreschi della navata

chiesa san paolo poggio mirteto affreschiIntanto, muovendoci verso la controfacciata, guardiamo le pareti della navata: sui ambo i lati, si susseguono gli affreschi. Soffermatevi su quelli che vi colpiscono di più. Nella parete di sinistra (tornando verso il portale) vedrete tre donne in preghiera tra le quali Santa Orsola; poi Santa Anatolia Martire, la Madonna del Latte ed, accanto, il Santo Vescovo. In alto, la Storia dei Bianchi, un movimento di pellegrini che, in nome della pace, attraversò l’Italia nell’Anno Santo del 1400 per arrivare, in 120.000, fino a Roma e disperdersi poi spontaneamente come erano sorti. Il loro passaggio in Sabina generò testimonianze artistiche sia a Poggio Mirteto che a Montebuono (Chiesa S. Pietro al Muricento) ed a Fara Sabina (Convento delle Clarisse).

La parete di destra vi serberà altrettante sorprese: una bellissima Madonna con Bambino (con manto azzurro ed abito rosso); una Madonna in Trono con Bambino (sul ginocchio sinistro, 1360); Cristo in Trono con intorno quattro figure rappresentanti gli Evangelisti (l’aquila, alla destra del Cristo, simboleggia San Giovanni), la Maddalena (dai capelli biondi), Sant’Ansano e San Sebastiano.

A questo punto, siamo arrivati alla controfacciata. Sopra il portone, L’Annunciazione e, a sinistra, una Santa con Libro. Il medaglione ricorda il restauro della chiesa del 1749: la dizione “Mandelensi” rivela la sopravvivenza dell’errore rinascimentale per il quale Poggio Mirteto era identificata con l’antica Mandela.

Più a destra due dei “pezzi forti” di San Paolo: in basso la Deposizione di Cristo, di scuola giottesca. In alto, L’Incontro dei Vivi e dei Morti: un cavaliere coronato osserva tre morti in diverso livello di decomposizione.

L’Incontro dei Vivi e dei Morti

Quest’ultima opera necessita di una riflessione a sé, ma discuterne compiutamente qui sarebbe impossibile. Per comprenderne i termini generali, mi rifarei a Carlo Fornari: “Secondo una tradizione araba il poeta Adi, vissuto verso il 580 d.C., avrebbe detto rivolto a Noman, Re di Hira, che cavalcava assieme a lui nei pressi di un cimitero: «Che la sventura rimanga lontana da te! Conosci tu il messaggio di questi morti?». Ed enunciò compiutamente la frase … «Noi fummo ciò che voi siete, voi sarete ciò che noi siamo!» … gli studiosi più recenti sono invece propensi a privilegiare la generazione autoctona del mito, agevolato da vari concomitanti motivi. Tra questi, figura la diffusione dei nuovi movimenti ereticali pauperistici ed in particolar modo di quelli catari … l’ombra sinistra dell’Inquisizione … la nascita degli Ordini Mendicanti … l’accanimento delle epidemie … A consolidare la svolta culturale ha provveduto in ogni caso la rapida diffusione del benessere … per cui gli uomini, dibattuti tra la necessità di condurre una vita evangelica coerente e il desiderio di accogliere le crescenti opportunità mondane, hanno iniziato a considerare la morte non più come il naturale passaggio a miglior vita, bensì una perfida antagonista”.

La nascita del “mito” dell’Incontro in Europa , potrebbe risalire alla letteratura francese con un poemetto di Baudoin de Condé (1275 circa) alla Corte di Margherita di Fiandra. In Italia abbiamo una prima rappresentazione coeva, quella del chiesa san paolo poggio mirteto incontro dei vivi con i mortiduomo di Atri (1260-70). Da allora, dice sempre Fornari: “l’idea di raffigurare dei corpi in stato di putrefazione è stata colta da quel tipo di religione austera tipica del Medio Evo, riferibile all’ascetismo cristiano che disprezza la vita dimostrandosi ostile alla bellezza e alla felicità”.

La valenza dell’affresco di Poggio Mirteto è importante per almeno due motivi. Il primo è che rientra tra gli affreschi più antichi sul tema, datati fine XIII – inizio XIV sec., (si è poi andati avanti fino al XVI) e dà una interpretazione chiara del medesimo: il cavaliere porta la corona e sorregge con la mano il mento in meditazione. Di fronte a lui i tre corpi in diverso stadio di decomposizione: il primo ha ancora la corona in testa, il secondo la sta perdendo, il terzo non la ha più ma essa è a terra. Il significato è evidente.

Il secondo elemento importante è che possiamo decifrare la frase riportata tra le zampe del cavallo, in antico dialetto sabino. Il Prof. Monaci (fine ‘800) la tradusse così: la vita m’è scura (non so cosa mi riservi) / la morte è dura / perduto ho riso e gioia gioco e allegria / non consigliatemi cosa che sia ingannevole / che al Dio mio sono ritornato /  come gli ho chiesto. L’arte religiosa, dunque, come profondo momento di riflessione esistenziale.

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Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.