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Il Castello di Catino

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December 5, 2012

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Il Castello di Catino

Se vi è capitato di domandarvi perché Catino si chiami così, non dovete fare altro che guardare “dietro” al paese. Scoprirete che la scenografica rocca arrampicata sul fianco del monte è come una quinta teatrale che nasconde alle sue spalle un vero e proprio “catino”, una dolina carsica tanto grande che Gaetano Moroni nel 1840 ne scrive: “ … nominato Catino forse da un’apertura grande e profonda quanto il Colosseo, che ha guisa d’un catino al suo destro lato (della rocca) verso l’occidente, e cavata tutta nel vivo sasso”. (Nota 1)

Castello di Catino: la storia

L’origine del castello risale probabilmente alla prima metà del VII secolo d.C., cioè circa duecento anni dopo la caduta dell’impero romano: evidentemente una delle testimonianze più antiche dell’alto medioevo sabino.castello di catino poggio catino sabina rieti lazio italia

Non sappiamo chi lo edificò: possiamo solo supporre che potesse essere un presidio militare del Ducato di Spoleto (longobardo) nei pressi dei confini con i territori governati dal Pontefice. Oppure che possa essere stata opera di uomini del posto per creare un rifugio più o meno sicuro in un momento travagliatissimo della storia sabina. Non sappiamo neanche chi abbia realizzato, in un momento successivo, la splendida torre pentagonale che la tradizione vuole alta 33 metri.

Certo è che il castello, per la sua posizione, rappresentava uno snodo di controllo strategico su quella direttrice viaria che in epoca romana e medievale dal Tevere (cioè da Roma, essendo il Tevere ampiamente navigabile), passando per il Tancia e la sua Rocca, portava alla piana di Rieti.

Come spesso accade dei secoli più antichi, abbiamo informazioni limitate: certo però è che il Chronicon Farfense cita per la prima volta Catino in relazione all’anno 898 (Nota 2) e che già nel X secolo doveva esservi presente la famiglia da cui poi discenderà Gregorio di Catino. Sappiamo anche che nei primi anni del nuovo millennio il rapporto con l’Abbazia di Farfa doveva essere forte. Il Regesto Farfense ci dice che nel 1067 Farfa aveva acquistato da Dono (padre di Gregorio e signore di Catino) la sua porzione del castello e di alcuni altri castelli vicini (Luco – sopra San Valentino – Rocca Forcella, Poggio Ciciliano e la Rocca di Tancia).

poggio catino castello di catino sabina rieti lazio italiaDel resto nel 1068 Dono offriva suo figlio Gregorio – che sarà autore del Regesto e  del Chronicon di Farfa – all’Altare della Vergine di Farfa. Grazie al suo ingresso nella proprietà del Castello di Catino, l’Abbazia di Farfa potè dare impulso alla successiva costruzione del vicino castello di Poggio Catino (completato entro l’XI secolo). Il Regesto Farfense ci dice infatti: ”Haec sunt castella quae suo acquisivit tempore Abbas Berardus: …… Castelli Catinensis duas partes de quinque, ex quibus postmodum Podium ibidem fabricavit” (vol. IV – doc. 809- pag. 211).

Gli Homines de Catino

Comunque, al di là del rapporto con l’Abbazia, per circa trecento anni, fino al XIII secolo, il castello fu retto da un’organizzazione oligarchica di alcune famiglie i cui rappresentanti erano detti “Homines de Catino”. Si dovette arrivare al 1278 perché questa comunità prestasse giuramento di sudditanza alla Santa Sede. Infatti, la fine del XIII secolo segna un periodo complesso sia per la storia della Santa Sede (nel 1309 i papi si trasferirono ad Avignone) che per la capacità dell’Abbazia di governare efficacemente i suoi territori.

Proprio per mettere ordine,la Santa Sede, inviò Teodoro di Sant’Eustachio (discendente dai Conti di Tuscolo) a sottomettere i castelli più riottosi tra cui Catino e quest’operazione gli fruttò lapoggio catino castello di catino sabina rieti lazio italia signoria su questo castello e su quelli di Poggio Catino, Luco e Tancia. Siamo in un momento imprecisato verso il termine del XIII sec.

I Sant’Eustachio rimasero signori di Catino fino al 1476 quando Papa Sisto IV dovette reagire alla barbarie di Luigi di Sant’Eustachio il quale, per preservare i suoi domini in Sabina, uccise ambedue i fratelli Ugo e Troilo. Catino e Poggio Catino passarono così in proprietà alla Camera Apostolica. Nel 1478,la Camera Apostolicali vendette però alla Comunità di Rieti la quale, a sua volta, nel 1479 li cedette a Meliaduce Cicala, patrizio genovese e tesoriere del fisco apostolico sotto Sisto IV.

La girandola di “passaggi di proprietà” si assesta nel 1483: gli eredi del Cicala li vendono infatti a Giovanni Paolo Orsini che, nel contempo, aveva ottenuto da Sisto IV i castelli di Selci e Castiglione a condizione che “il giorno dei SS. Pietro e Paolo, Paolo Orsini e discendenti dovevavo corrispondere una tazza di argento di una libbra”. (Nota 3)

Catino tra Rinascimento e Risorgimento

castello di catinoLa signoria degli Orsini su Catino e Poggio Catino ebbe però una fine ingloriosa: nel 1588, il ramo di casa Orsini che ne era proprietario li dovette cedere per far fronte ad un imponente esposizione debitoria, al duca Bernardino Savelli che subentrò nei debiti degli Orsini. Ma neanche questa vicenda non ebbe buon esito: morto Bernadino, resse il feudo sua moglie, Lucrezia Anguillara, che non fu però in grado di far fronte agli obblighi assunti dal marito. Così, nel 1597, Catino e Poggio furono messi all’asta ed acquistati dal principe romano Camillo Capizucchi Domicello, luogotenente del Papa in Ungheria, che divenne signore dei due feudi con il titolo di marchese.

Anche questa volta, però, le cose non andarono per il meglio. A Camillo succede il nipote Paolo sotto il quale però, ci racconta il D’Amelio: “ ci furono contese e liti con i due comuni per le montagne, per il ducato a fuoco, per la macinazione del grano e olive .. “. Così anche Paolo Capizucchi vende nel 1614 aSettimio Olgiati di famiglia bergamasca, cognato del Capizucchi e Guardia Nobile del Papa.

La decadenza

castello di catino poggio catino sabina rieti lazio italiaA questo punto della nostra storia, il castello di Catino e la sua magnifica torre sono ancora lì a testimoniare la loro forza antica: esiste una ricevuta del 1628 del cappellano della rocca Don Girolamo D’Agostino da cui risulta che la chiesa era ancora officiata. Nel 1682 uno scritto di Giuliano Giuliani parla della fortezza di Catino come se ancora fosse in piedi. Viceversa, un secolo e mezzo dopo, nel 1833 Giuseppe Marrocco nel suo “Monumenti dello Stato pontificio e relazione topografica di ogni paese” descrive la rocca e la chiesa come ormai allo stato di ruderi. Dunque è il XVIII secolo il momento della rovina a cui resiste solo la torre pentagonale.

Del resto, tra i due borghi di Catino e Poggio Catino era stato quest’ultimo a prevalere in termini amministrativi ed economici ed infatti era li che, nel palazzo baronale, risiedevano i feudatari. Peraltro, siamo ormai vicini alla fine di questo sistema di potere: gli Olgiati saranno infatti gli ultimi reggitori dei feudi di Catino e di Poggio Catino. Nel 1816, Pio VII abolisce i diritti feudali e nello stesso anno il marchese Giambattista Olgiati rinuncia a tali diritti mantenendo però l’onore del titolo.

La storia di Catino ma, soprattutto, di Poggio, continua però ad essere caratterizzata dai rovesci economici dei suoi maggiorenti. Nel 1856 le difficoltà economiche costringono l’ultimo Olgiati, Luca, a cedere le sue proprietà in loco, insieme al titolo di marchese,  ad un piemontese, Giannandrea Bustelli. Il fallimento della attività tessili che quest’ultimo aveva impiantato a Poggio Catino lo costringono a sua volta a cedere attività e titolo.

Così, mentre il castello di Catino è in rovina, il palazzo baronale di Poggio Catino registra nell’intervallo di un secolo circa, ben altri sei passaggi di proprietà fino al 1980 quando entra nelle proprietà del comune.

Potrebbero anche interessarti:

Nota 1. Gaetano Moroni “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri”, pg. 57

Nota 2. Chronicon Farfense, “Destructio” – c.29 pag. 31

Nota 3. Antonio D’Amelia “I Castelli di Catino e di Poggio Catino in Sabina e altri Castelli Sabini”

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Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.