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Intervista ad Antonio Natali , Direttore della Galleria degli Uffizi

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June 23, 2013

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Intervista ad Antonio Natali , Direttore della Galleria degli Uffizi

Nel 2012 la Galleria degli Uffizi di Firenze non solo si è confermata il primo museo italiano per numero di visitatori ma il comitato di esperti chiamato a raccolta dal quotidiano inglese Times, l’ha giudicata il più bel museo al mondo per il suo prezioso capitale artistico del Rinascimento. Di questa immensa ricchezza gli Uffizi non sono però gelosi, anzi, ormai dal 2008 hanno avviato il progetto “La Città degli Uffizi” con una duplice finalità: quella di promuovere un’azione centrifuga rispetto agli Uffizi stessi che porti alla valorizzazione di nuovi luoghi dove poter godere della vista delle sue opere e, nel contempo, valorizzare il patrimonio artistico conservato nelle stanze della cosiddetta Riserva degli Uffizi, ovvero i suoi depositi. Circa 2.500 opere le quali, sebbene meno note, rappresentano comunque una ricchezza da mostrare ed impiegare per la promozione della cultura italiana.

Nasce su queste basi il ciclo di mostre La città degli Uffizi, dove la “città” in questione non è soltanto quella di Firenze, ma anche i luoghi del territorio circostante, da cui parte delle opere oggi patrimonio del museo provengono, ed anche oltre. Un’iniziativa, dunque, di grande portata culturale ed anche in grado di generare un’ennesima, importante affermazione per l’arte italiana. Proprio in questi giorni ha preso avvio la più recente mostra di questo ciclo, ovvero “Raffaello e Perugino modelli nobili per il Sassoferrato a Perugia”, ospitata in quel meraviglioso gioiello del rinascimento italiano che è l’Antico Collegio del Cambio a Perugia.

SalutePiù, a latere del convegno di apertura della mostra, ha incontrato il Direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali, per fare il punto sui primi cinque anni di vita del progetto.

Direttore Natali, partiamo dalle origini: come è nata l’idea del progetto “La Città degli Uffizi” ?

La Città degli Uffizi esordisce a Figline Val d’Arno nel 2008 con una mostra sui pittori del ‘200 e ‘300 che operavano in quell’area. Ebbe molto successo e da lì partì la convinzione che il progetto potesse spiccare il volo. Il problema serio che già allora si presentava era naturalmente quello economico poiché, trattandosi di opere che venivano dalle stanze della Riserva degli Uffizi e portando con sé il nome del museo, non potevano essere esposte in maniera banale. C’erano dunque da affrontare i costi di allestimento, quelli di assicurazione e lei sa quali siano le finanze dei comuni. E’ partita così la ricerca degli sponsor che effettivamente trovammo: la nostra ipotesi di lavoro funzionò anche nella pratica ed in quattro anni e mezzo questa mostra di oggi a Perugia è la decima con un catalogo che sempre ripropone la medesima grafica. L’idea è quella di far conoscere opere che spesso provengono dalla Riserva degli Uffizi. Di dare un senso a tali opere, di riallacciare relazioni forti con i territori introno a Firenze ma non solo. Infatti oggi siamo qui a Perugia ma siamo stati in Abruzzo a Santo Stefano di Sessanio. C’era stata addirittura una proposta per recarci a Fontainebleau che poi però per ragioni contingenti non è stato possibile portare a compimento. L’idea è quella di proiettare quella luce di cui godono gli Uffizi su terre ingiustamente dimenticate e riproporle per una più diffusa conoscenza.

Voi però avete anche coniugato questa eccezionale idea di valorizzare la Riserva degli Uffizi, anche con iniziative volte ad esportare la cultura italiana in paesi che da poco si sono aperti all’Occidente, ad esempio in Cina. Quali soddisfazioni e risultati avete raccolto ?

Soddisfazioni ci sono state e risultati pure. Però quello che a me interessava era di dimostrare che non importa spostare i capi d’opera assoluti della nostra cultura figurativa a cui non credo sia giusto far correre dei rischi. Il nome degli Uffizi, il nome di Firenze, il nome dell’Italia è sufficiente ad attrarre visitatori nelle terre lontane e nello stesso tempo se c’è un disegno, come per me deve esserci sempre un disegno, un progetto, nell’organizzare una mostra, si può esportare anche il nostro pensiero. Parlando come s’è fatto nella mostra il Pane degli Angeli negli Stati Uniti del processo della salvezza secondo il pensiero cristiano con opere che partono dall’illustrazione di capitoli del genesi fino all’eucarestia sull’altare, per intenderci, e la mostra ha avuto un grande successo. Oppure portando i nostri generi di pittura in Cina, e li pure la mostra ha goduto successo. Io credo che questo sia il sistema per far conoscere le opere dei depositi e non di affittarle per vent’anni in luoghi lontani.

Venendo alla mostra di oggi a Perugia, ci racconta qualcosa di questa rapporto a distanza di un secolo e mezzo tra Perugino, Raffaello e Sassoferrato ? E soprattutto perché il Sassoferrato centocinquanta anni dopo sente il bisogno di ispirarsi a questi due grandi maestri vissuti molte generazioni prima ?

Ovviamente non fu solo il Sassoferrato a ispirarsi a questi grandi. Lui lo fece con uno spirito soave, ineguagliato sotto questo profilo, ma ce ne furono anche altri. In antico si badava alla tradizione, se lei pensa che ancora a metà del ‘500, si studiavano gli affreschi di Giotto in Santa Croce a Firenze oppure quelli di Masaccio alla Cappella Brancaccio al Carmine. Non c’era disprezzo nei confronti dell’antico, dell’antica tradizione, anzi c’era la convinzione che i grandi maestri fossero lì e fossero il punto di partenza. Poi naturalmente c’erano l’estro e la cultura che potevano condurre, ma c’era la consapevolezza che il sostegno veniva di lì. E’ importante osservare questo nel Sassoferrato dalle copie da Raffaello e Perugino che qui vediamo perché si capisce quale fosse il trasporto anche emotivo, dell’anima, nell’approccio con i grandi maestri del secolo precedente.

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Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.