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L’Abbazia dei Santi Quirico e Giulitta ad Antrodoco

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May 12, 2013

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L’Abbazia dei Santi Quirico e Giulitta ad Antrodoco

Il “titolo” – come si dice in termine ecclesiastico – dell’Abbazia è dedicato ad una madre e ad un figlio, Giulitta e Quirico appunto, martiri del IV secolo, originari di Iconio in Licaonia, una zona della Turchia centrale, i quali, durante le persecuzioni dell’Imperatore Diocleziano contro le prime comunità cristiane, morirono professando la loro fede.

Sebbene gli antichi archivi dell’Abbazia siano andati distrutti, anche questo “titolo” è indizio di antichità: è possibile supporre, infatti, che la sua fondazione, sia avvenuta intorno al IX secolo, per svolgere non solo il suo naturale ruolo religioso ma anche una funzione di difesa del territorio visto che essa era posta (com’è ancora) a chiusura delle strette gole del Velino ed a presidio della Via Salaria. Snodo, dunque, vitale per recarsi tanto nelle Marche quanto in Abruzzo. A farle da “sponda”, su in cima alla montagna, oltre quota mille, era Micigliano, un tempo antico castello dipendente proprio da SS. Quirico e Giulitta.

La storia

L’Abbazia probabilmente nacque anche per volontà dell’Abbazia di Farfa la quale disponeva di proprietà in quei territori ed era, dunque, preoccupata della loro gestione in tempi irrequieti. Gli stretti rapporti intercorrenti tra le due comunità monastiche sono anche dimostrati dal fatto che il famoso Abate di Farfa Ugo (abate dal 997 al 1038) – nato ad Antrodoco dalla importante famiglia dei Conti dei Marsi, signori dell’alta Sabina e di aree dell’Abruzzo – proveniva proprio dall’Abbazia di San Quirico e Giulitta.

Anche in questo caso, l’opera di Carlo Grappa“Sabina Sacra e Civile”, con la sua approfondita ricerca storico-bibliografica, ci viene in aiuto: “L’abbazia dei Ss. Quirico e Giulitta, il cui dominio si estendeva sull’alta valle del Velino a monte di Antrodoco, emerge dalla documentazione storica nel 986 (“. .Hugo abbas ingreditur monasterium Sancti Quirici”), anche se la sua fondazione, ad opera dei Benedettini, va sicuramente riportata ad un periodo antecedente a questa data. Originariamente sottoposta alla giurisdizione diretta della S. Sede, l’abbazia fu dal pontefice Gregorio VII concessa nel 1074 al vescovo di Rieti Raniero (o Rainerio), allo scopo di meglio preservarne i possessi dalle mire espansionistiche di alcune potenti famiglie del luogo (in particolare gli Ioseppingi). Distrutta nel corso delle lunghe lotte che portarono all’occupazione normanna della regione, l’abbazia fu restaurata dall’abate Sinibaldo (o Senebaldo) e consacrata nel 1179 dal vescovo di Rieti Dodone”.

La ricostruzione dell’Abbazia fu dunque subito successiva al trattato di pace (1176) tra Papa Alessandro III e Federico I detto “Barbarossa” che pose fine alle imprese italiche di quest’ultimo. E’ importante notare come la ricostruzione venga celebrata da una lapide con iscrizione, oggi situata nel campanile di Santa Maria Extra Moenia di Antrodoco, la quale recita :

L’anno 1179, il 10 settembre, questa chiesa fu consacrata in onore dei Santi Quirico e Giulita dai vescovi seguenti: Dodone di Rieti, Milone di Tivoli, Paolo di Orte, Trasamondo di Ascoli, Azzo di Abruzzo. Nell’altar maggiore ci sono le reliquie dei Santi Giovanni Battista, Andrea e Bartolomeo apostoli, Quirico e Giulitta martiri, Stefano protomartire, [e dei santi] Giovanni e Paolo, Biagio, Sebastiano, Eleuterio, Erasmo, Ippolito, Stefano papa, Severino, Vittorino, Cosma, Damiano, Giuliano, Savino, Abbondio e Abbon = danzio. Nell’altare di Santa Maria (= della Madonna), cioè in quello di destra, c’è il legno della Croce, le reliquie delle [Sante] vergini Cecilia, Cirilla, Elena, le pietre del Sepolcro del Signore e di Santa Maria (= della Madonna). Nell’altare dei [Santi] confessori Benedetto ed Egidio, cioè in quello di sinistra, ci sono le reliquie di Giovanni Crisostomo, i pallii regi, i sandali di San Gregorio (I°, papa), frammenti di roccia della natività (= della grotta di Betlemme) e del Calvario, una pietra di Santo Stefano. Al tempo di Sinibaldo abate, nei giorni del quale (= durante il cui governo), la chiesa fu incendiata.”

Il testo ci consente di valutare di “prima mano” la potenza dell’Abate Sinibaldo – e dunque della sua Abbazia – testimoniata dal numero dei convenuti illustri e dalla quantità di reliquie ivi raccolte. E’ doloroso pensare che di tutto ciò, e di una chiesa certamente adorna di affreschi, non sia rimasta più traccia alcuna.

Ritorniamo alla narrazione di Carlo Grappa: “Nel 1195 il pontefice Celestino III prese il monastero sotto la protezione papale, come del resto avevano già fatto i suoi predecessori Innocenzo II ed Alessandro III. A partire dagli inizi del sec. XIII comincia per l’abbazia dei Ss. Quirico e Giulitta un periodo di profondo decadimento materiale e spirituale, come testimonia I’uccisione dell’abate per mano di alcuni monaci, ed a nulla valse la decisione del pontefice Innocenzo III, per tentare di risollevarne le sorti, di affidarla ai Premostratensi, l’Ordine fondato nel 1121 da S. Norberto a Prémontré, sotto la guida dell’abate Gervasio (1215); infatti, la perdita di prestigio e di potenza dell’abbazia continuò inarrestabile anche negli anni successivi, tanto che nel 1229 il pontefice Gregorio IX dovette ricorrere all’arma della scomunica per far sì che il monastero, da cui nel frattempo i monaci erano stati espulsi, rientrasse in possesso dei suoi beni. Successivamente, I’istituzione della ” commenda”, con il suo seguito di spoliazioni e ruberie ad opera degli abati “commendatari” e delle loro famiglie, accentuò il declino dell’abbazia, che proseguì inarrestabile sino agli inizi del sec. XVII, quando essa venne definitivamente abbandonata dagli ultimi monaci che ancora vi risiedevano. Sul finire del sec. XVIII la chiesa era ancora in buone condizioni, mentre “…la fabrica dell’antico monastero, che è tutta ruinosa, una porzione è ridotta a osteria dove prendono alloggio anche i poveri passeggieri…”; il relativo affitto era “…un provento dell’abbate commendatario.”

Del resto, l’Abbazia aveva da molto tempo perso il suo potere economico: già alla metà del XIII secolo Papa Innocenzo IV (1243-1254) le aveva infatti il controllo dei suoi possedimenti abruzzesi che erano passati alla Diocesi di Penne.

L’Abbazia oggi

L’abbazia, restaurata negli anni ‘90, ha ormai perso le sue funzioni religiose per dedicare le sue sale all’ “ospitalità”. Il complesso degli edifici è protetto da una cinta muraria rafforzata da speroni. Al centro la torre campanaria, a pianta quadrata, la quale poteva senz’altro aver svolto anche funzione difensiva o di avvistamento. La chiesa, a pianta rettangolare, presenta una facciata a capanna semplice su cui si apre un finestrone rettangolare. Nell’interno, a navata unica, sono visibili solo tracce degli antichi affreschi dei quali era certamente adorna.

 

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Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.