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L’Abbazia di Santa Maria del Piano a Orvinio

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September 29, 2013

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L’Abbazia di Santa Maria del Piano a Orvinio

Raggiungere quanto resta dell’Abbazia di Santa Maria del Piano non è impresa particolarmente complessa: dal centro di Orvinio la strada, peraltro carrabile, è bene indicata. Una buona idea, soprattutto se non possedete un fuoristrada, è però quella di percorrere a piedi le ultime centinaia di metri dove, per alcuni tratti, ancora resiste un basolato certamente antico ed avviarvi così nella Valle Muzia ove sorge l’Abbazia.

Quanto apparirà ai vostri occhi non è però certamente quanto vi sareste augurati: dell’antica, potente e, certamente, bella abbazia restano solo poche vestigia: la facciata, le mura perimetrali e la torre campanaria. Tutto ciò, inoltre, privato di molti dei suoi ornamenti a causa di ripetute spoliazioni.

La cronaca di un disastro

Ma come è potuto accadere tutto ciò, in considerazione anche del fatto che fino alla metà del XIX secolo l’edificio sacro era sostanzialmente in buona forma ? A narrarci questa storia la quale – pur con tutte le possibili giustificazioni per coloro che ne furono attori – certo da molto da pensare e da recriminare, è Amaranto Fabriani nel suo “Il Libro di Orvinio” il quale così racconta gli eventi che portarono, in pratica, alla distruzione dell’abbazia:

“Dopo tanto splendore, la prima calamità che si abbatté su di essa, fu nel periodo napoleonico; la Chiesa con l’Abbazia furono demaniate, i suoi Monaci dovettero rifugiarsi presso altri Monasteri dell’Ordine e dopo la morte dell’Abate Commendatario, ultimo di essa possessore, Ecc.mo Sig. Caffarelli Canonico Lateranense, la Chiesa rimase abbandonata e le rendite che si fossero esatte per quindici anni dopo la morte del suddetto Abate Caffarelli, erogate allo scopo di ricostruire ampliata, la nuova Chiesa Abbaziale e Parrocchiale di Orvinio sotto il titolo di S.Nicola di Bari, che fu infatti inaugurata il 18 e 19 settembre 1842. Nella prima metà del secolo scorso (XIX, n.d.r.) crollò una parte del soffitto della unica navata (formato da incavallature di legno visibili e embrici di terracotta); successivamente, a brevi intervalli dal primo, seguirono altri crolli. Nel 1855, mentre in Italia infieriva il colera, Orvinio subì la stessa tragica sorte; in tale occasione e dato l’enorme numero di decessi, per misura igienica, essendo proibito di continuare il seppellimento dei cadaveri nella Chiesa dell’abitato, il Comune di Orvinio decise il seppellimento dei colerosi nella Chiesa di S.Maria del Piano…. Verso il 1870 il Comune di Orvinio, non avendo i fondi per costruirsi un camposanto, ottenne dall’Autorità Prefettizia di poter seppellire liberamente dentro la Chiesa di S.Maria del Piano. In tale occasione fu tolta la porta di legno e il vano murato, tolto il resto del tetto della unica navata, scoperchiate le due cappelle e divelto il mattonato. Come si intuisce, l’edificio già fatiscente si avvia rapidamente alla completa rovina. Nella seconda metà del secolo scorso anche la torre campanaria, rimasta quasi intatta, fu colpita dalla folgore che demolì il tetto ed una parte del muro di vertice di essa. All’altezza della cella campanaria, su ciascuna delle quattro facciate vi è una finestra trifora formata da tre archetti; quello centrale è poggiante su due colonnine di marmo con capitelli a stampella. Nei piani sottostanti altre finestre bifore e monofore. Il 19 settembre 1885 il Comune di Orvinio stipulava il contratto di appalto relativo al nuovo camposanto che fu subito costruito a forma rettangolare, in prossimità della chiesa di S. Maria del Piano … e nomato “Camposanto delle Fargne”. Appena ultimato, …. fu riscontrato che nella fossa ci nasceva l’acqua. Da tale fatto, resa impossibile la sepoltura nel nuovo Camposanto, fu continuata dentro la Chiesa di S.Maria del Piano, fino all’anno 1906, epoca in cui fu inaugurato il nuovo cimitero …. Allorché fu stipulato il contratto per la costruzione del Camposanto delle Fargne, sembra che l’Amministrazione Comunale dell’epoca .. avesse concesso all’appaltatore di poter demolire la facciata del prossimo tempio di S.Maria del Piano, onde poter utilizzare il materiale ricavato, per la costruzione del prossimo sacro recinto. Sembra impossibile tale assurdità ma purtroppo è verissimo, perché agli atti del Comune di Orvinio due lettere originali: una del Principe Don Paolo Borghese in data 1 dicembre 1884, l’altra in data 30 novembre 1884 al n.387 di protocollo della R.a Prefettura di Perugia, indirizzata al sindaco di Orvinio, con le quali si chiedono schiarimenti e si proibisce nel modo più assoluto il non mai abbastanza deprecato disegno di abbattimento della facciata dell’illustre monumento. Attualmente, benché non siano passati molti anni dalla costruzione del Camposanto delle Fargne, non esiste più traccia di muratura del recinto sacro, perché senza dubbio la malta adoperata, è stata di qualità scadente; si racconta, che alla pochissima calce adoperata, anziché pozzolana o sabbia, fu impastata dell’autentica terra”. Amaranto Fabriani fa nomi e cognomi che però non ho riportato per carità di patria e di pronipoti innocenti.

I guai però non finirono lì: nel 1949 le salme sepolte nel secolo precedente vennero riesumate e portate altrove con ulteriori lavori e nel 1952 crollò anche la facciata della chiesa. Fortunatamente, questa volta, qualcosa accadde e la Soprintendenza (tra il 1953 ed il 1957) effettuò una serie di interventi finalizzati alla ricostruzione della facciata ed al consolidamento dell’edificio. Anche la torre campanaria venne ripristinata.

Da una relazione dell’archeologa Sara Viàn apprendiamo però come: “terminati i lavori di restauro, la struttura abbaziale – ricca di decorazioni architettoniche in ottimo stato di conservazione e situata in una zona completamente isolata – è divenuta oggetto di una sistematica attività di spoliazione di ogni elemento decorativo. Tutto ciò ha vanificato l’impegno economico e lavorativo occorso per i restauri. Tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 sono stati asportati il rosone romanico, il davanzale con scena di caccia di memoria longobarda, due protomi di ariete ed un bassorilievo con cavaliere; successivamente sono state tolte tutte le componenti della ghiera della monofora del XII secolo, fino ad arrivare ai capitelli interni. Di questi ultimi si sono salvati soltanto le parti di indispensabile funzione statica. Gli unici pezzi che sono scampati a questo processo di spoliazione sono un pilastrino a motivi vegetali e l’ultima parte della decorazione della ghiera”.

La Storia

Adesso che sappiamo come è andata, torniamo indietro di dodici secoli, in un qualche anno all’inizio dell’IX secolo d.C.. La tradizione vuole infatti che ad ordinare di costruire Santa Maria del Piano sia stato Carlo Magno per ringraziare Nostro Signore di una vittoria in battaglia ottenuta proprio lì contro i saraceni. Ovviamente, non abbiamo alcuna prova storica e gli eventi di quegli anni, per come li conosciamo, lasciano presupporre che non fu così ma, certamente, la fondazione dell’Abbazia è antica. Del resto, gli elementi romani ancora oggi presenti nella struttura dell’Abbazia lasciano chiaramente intendere come essa fosse stata edificato impiegando anche materiale di spoglio.

Le testimonianze più antiche in nostro possesso si riferiscono al Regesto dell’Abbazia di Farfa dove due documenti nominano Santa Maria de Putealia (Pozzaglia), ovvero Santa Maria del Piano, rispettivamente nel 1026 (n. 555, Vol. III, pg. 263) e nel 1062 (n. 938, Vol. IV, pg. 332) e ci permettono di comprendere come l’Abbazia fosse già autonoma e dotata di sui beni.

A partire dal XIII secolo troviamo numerose testimonianze scritte che ci consentono di “posizionare” il ruolo, importante, di questa Abbazia retta dall’Ordine Benedettino. Nel 1217 la troviamo citata in una bolla di Onorio III dalla quale apprendiamo come Santa Maria fosse sottoposta al Vescovo di Sabina ed avesse giurisdizione sui numerosi “castelli” del circondario: Petescia, Montorio, Pozzaglia, Valle Bona, Canemorto e via dicendo, alcuni dei quali nei secoli crebbero ed altri sparirono completamente. L’Abbazia era addirittura autorizzata a battere moneta.

Da tener presente come sulla facciata della chiesa (ancora oggi) sia presente una lapide di di marmo bianco con l’ iscrizione “Bartholomeus hoc op fieri fecit 1219”. Il “fecit” va interpretato come un restauro, ma ciò a riprova che l’Abbazia disponeva dei mezzi e della volontà di intervenire sui suoi immobili.

Santa Maria è poi citata in due atti (1330 e 1333) di Papa Giovanni XXII i quali mostrano gli ampi poteri concessi all’abate. Nel 1343 il Registrum Iurisdictionis Episcopatum Sabiniensis ci conferma la solida posizione del Monasterium Sancte Marie de Putealia “Item accessit et visitavit ecclesiam seu monasterium beate Marie de Putealia, que vel quod habet infrascripta loca, castra ed ecclesias in parochia sua, de quibus percipit decimationem et mortuariam abbas dicti monasterii, et Episcopus habet et exercet omnia iura episcopalia in dicto monasterio …”

Nel 1373, l’abbazia attraversò evidentemente un momento difficile dato che Gregorio IX incaricò l’abate di San Lorenzo fuori le mura, di occuparsi, tra le altre, anche della nostra abbazia la quale necessitava di un supervisore e di un nuovo indirizzo. Santa Maria del Piano non perde però il suo ruolo se nel 1427  il Vescovo di Sabina invia proprio presso Nicola, Abate di Santa Maria, il proprio vicario ed il presbitero della chiesa di Mentana, reo quest’ultimo di non aver ottemperato ai propri doveri fiscali, onde far sancire proprio dall’abate l’accordo raggiunto.

Sappiamo però che il XV ed il XVI secolo segnarono per molte abbazie l’assegnazione degli stessi ad Abati Commendatari i quali avevano il controllo del patrimonio delle abbazie e segnarono spesso un momento di decadenza nella vita di queste ultime. Questa sorte toccò anche a Santa Maria nel 1447.

Nel 1781, quando il Cardinale Corsini, Vescovo di Sabina, effettuò una lunga ed accurata visita pastorale all’intera diocesi, trovò l’Abbazia ancora pienamente in essere e dalle note della visita a Santa Maria e dagli scritti di Amaranto Fabriani apprendiamo come i monaci avessero abbandonato l’Abbazia tra il XV ed il XVI secolo e che Leone X l’avesse “ridotta” in “abbazia secolare” l’11 di maggio 1513. Racconta Fabriani: “Partiti i Monaci, e conceduta l’Abbazia ad un Prelato, questi di Petescia, Montorio e Pozzaglia, formò tante Cure distinte, sgravandone se stesso, ed assegnò a rispettivi Parroci la metà delle decime del rispettivo Territorio. Volle solo per se ritenere la Cura di Canemorto forse, che luogo più prossimo alla sua Chiesa. Perché però non avesse il popolo il grave incomodo di trasferirsi per le funzioni di S.Maria destinò a tal uopo la chiesa di S.Nicola esistente dentro la Terra, mai però a quella togliendo l’onore di essere prima Chiesa, Capo e Matrice della Parrocchia”. Nel 1809 Pio VII dichiara soppresso il Monastero, e l’amministrazione dello stesso passa al demanio mentre le rendite, gestite dalla famiglia Borghese feudataria di Canemorto (Orvinio) dal 1634, passarono, con la soppressione del sistema feudale, alla diocesi.

L’ Abbazia fu poi acquistata dal Comune di Orvinio il 6 settembre 1869. Sempre Amaranto Fabriani ci spiega come andarono le vicende in una fase che credo si possa collocare tra il 1920 ed il ’30 (la prefazione al suo libro fu scritta nel 1939): “Dato lo stato fatiscente dell’intero edificio, il Comune di Orvinio trovandosi nella impossibilità di effettuare i necessari restauri per mancanza di mezzi provvide a farlo dichiarare Monumento Nazionale. Lo Stato concesse un sussidio quindici anni or sono circa; infatti fu riparata e ricoperta la torre campanaria nonché murata la porta di accesso nell’interno. Per mancanza di direzione e senza un minimo di arte, il tetto del campanile fu rifatto ad un solo piovente, anziché a quattro come era quello originale. Per quanto però non sia stato fatto a regola d’arte, per ora la torre campanaria è riparata dalle infiltrazioni dell’acqua piovana; se si otterrà di restaurarla, allora si potrà ripristinare la copertura come l’originale.

Le contese tra Pozzaglia ed Orvinio

Poiché i guai non vengono mai da soli, ulteriori problemi provennero a Santa Maria del Piano, in conseguenza della posizione di confine da essa occupata, dalle contese tra gli abitanti di Pozzaglia e quelli di Orvinio. Ancora una volta, non vi è racconto migliore di quello contenuto ne “Il Libro di Orvinio” di Amaranto Fabriani:

“Nei secoli scorsi vi sono state varie vicende e litigi, alle volte anche cruenti, fra gli abitanti di Orvinio e quelli di Pozzaglia, per il diritto di possesso del Tempio. Verso l’anno 1849 gli abitanti di Pozzaglia si appropriarono del quadro della Madonna che troneggiava sull’Altare Maggiore. Da tale fatto, il Comune di Orvinio, come contro partita chiese alle superiori Autorità di potersi appropriare dell’unica campana collocata sulla apposita torre. Fallite tutte le trattative bonarie, in via amministrativa, gli abitanti di Orvinio ai primi dell’anno 1849 si recavano in forza a S.Maria del Piano e, non ostante le energiche proteste di molti Pozzaglietti presenti, toglievano la campana e dopo averla portata a Orvinio, la issavano sulla torre campanaria della Chiesa Abbaziale di S.Nicola di Bari, … Tale fatto non poteva rimanere occultato ed il Preside di Rieti, con sua nota n.31 PS del 24 marzo 1849, stigmatizzando l’accaduto, ingiungeva al Priore dell’epoca (attualmente podestà) di consegnare la campana entro tre giorni deponendo contemporaneamente i Componenti la Civica Amministrazione; la revoca di tale provvedimento fu ottenuta solo dopo avere dato assicurazione di consegnare subito la campana. Non essendo ancora costruita la strada carrozzabile “Orviniense”, la campana scortata da fanti e cavalieri della prima Legione della Guardia Nazionale, per portarla a spalla da trenta uomini, da Orvinio fino all’Osteria Nuova, territorio di Frasso Sabina, passando nella strada di Vallebona, dove fu caricata su un carro che la portò direttamente a Rieti. Esiste agli atti del Comune di Orvinio la ricevuta originale … Da tale epoca il Comune di Orvinio ha sempre lottato strenuamente per riavere la sua campana, ma inutilmente, perché le Autorità Superiori hanno sempre sostenuto che tale restituzione avrebbe potuto turbare l’ordine pubblico fra Pozzaglietti ed Orviniensi, essendo i primi contrarissimi a tale restituzione … La campana fu prestata al Comune di Rieti in occasione che in quel teatro civico si rappresentava l’opera “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi. Il Comune di Rieti, sollecitato da quello di Orvinio, rispondeva con nota n.2115 del 17 gennaio 1889, che nei locali del Teatro Civico esisteva realmente una campana, ma che si ignorava la sua provenienza, non solo, ma che il Comune di Rieti era depositario di essa. Falliti tutti i tentativi per via amministrativa, il Comune di Orvinio per rientrare in possesso della campana stessa, conveniva in giudizio il Comune di Pozzaglia e credo che vi sia stata sentenza del Tribunale di Rieti (emessa dopo il 1894) favorevole al Comune di Orvinio; però la campana è sempre restata a Rieti. Si potrà riavere? Ogni buon Orviniense lo spera”.

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Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.