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L’acquedotto Olgiati di Poggio Catino, un’opera del XVII secolo

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July 3, 2013

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L’acquedotto Olgiati di Poggio Catino, un’opera del XVII secolo

La Sabina è ricca di antiche opere sotterranee: acquedotti, cisterne, canali e cunicoli idraulici. Si tratta di strutture spesso ancora funzionanti e risalenti a varie epoche. Le opere più note, come gli acquedotti e le terme di Roma, sono state ampiamente studiate mentre lontano dal cuore dell’antico impero una parte altrettanto importante del lavoro di bonifica e controllo dei flussi idrici, realizzato dai nostri antenati, rimane pressoché sconosciuta. Una di queste opere “minori” è ancora visibile nei boschi attorno a Poggio Catino.

Un po’ di storia: il 21 giugno 1614 Settimio Olgiati acquistò da Paolo Capizucchi i castelli di Poggio Catino e Catino, insediandovisi il 26 Marzo 1615, accolto con grande entusiasmo dalla popolazione. La famiglia degli Olgiati era originaria di Cuneo ed ebbe numerosi fondi a Roma e dintorni, tra cui la baronia della tenuta “Olgiata”, cui ha dato il nome, e il marchesato di Catino, avuto nel 1596 da Clemente VIII. Trasferita la sede baronale a Poggio Catino, ne restaurò il Palazzo e risolse il problema della cronica mancanza di acqua con la realizzazione di un acquedotto.

Proprio quest’ultimo è stato ed è tutt’ora oggetto di studio da parte del Centro Ricerche Sotterranee Egeria e del Gruppo Archeologico Speleologico Vespertilio. Gli antichi acquedotti, infatti, sono da tempo oggetto di indagini da parte degli speleologi che si occupano di cavità artificiali, in quanto rappresentano una preziosa documentazione delle capacità progettuali e tecniche delle antiche comunità e, data la loro preponderante natura sotterranea, spesso si sono conservati intatti anche dopo millenni. Esplorare un antico acquedotto presenta difficoltà legate all’ambiente ipogeo, quali il buio assoluto, la presenza di tratti allagati, la necessità di muoversi in stretti cunicoli e di superare crolli e dissesti. Lo studio e la progressione, in questi casi, devono necessariamente essere effettuati con l’utilizzo di specifiche tecniche speleologiche ampiamente collaudate e sicure ma di non facile acquisizione.

Tornando a Poggio Catino, in località ”La Canale” esisteva (ed esiste tutt’ora) una ricca vena d’acqua che fu captata dagli Olgiati con un bottino (cioè un cunicolo scavato nel fianco della montagna) e trasportata per mezzo di un acquedotto fino al centro abitato. Sulla parete della fonte, raggiungibile con un suggestivo sentiero nel bosco, è ancora visibile l’antica lapide che recita (in latino):

La vena d’acqua salubre qui nascosta, con paterna sollecitudine rintracciò, estrasse, raccolse ad uso del popolo assetato, senza pagamento concesse con autorità di signore e amore di padre Settimo Olgiato, marchese e barone, nell’anno del Signore 1616 il V giorno prima delle None di maggio nel giorno della festa della Santa Croce”

All’interno del bottino si trovano una cameretta a pianta quadrata e un cunicolo rivestito in muratura percorso da abbondante acqua. Questa oggi si disperde in un fontanile situato qualche metro più in basso, ma all’epoca degli Olgiati era condotta, per mezzo di una canalina in muratura, lungo un percorso esattamente corrispondente al sentiero che porta alla fonte stessa e che, in origine, doveva essere la strada di servizio dell’acquedotto.

Il 3 maggio 1616, nel giorno di Santa Croce, l’acqua defluì per la prima volta nelle fontane del Giardino, alimentò la fontana della piazza di Poggio Catino e il lavatoio pubblico. La lapide situata sul muro dietro il Castello, vicino alla fontana, fornisce qualche indicazione sulla struttura dell’acquedotto:

“Settimo Olgiato Marchese e Barone, affinché non si potesse desiderare ulteriore prova della sua cura verso i sudditi, l’acqua con grande sforzo scoperta nell’Agro Catino, per mezzo di condotte parte in piombo parte in terracotta, estratta con un rivo sotterraneo di 1500 passi, costruito anche un ponte in pietra, fino a Poggio Catino da condurre per pubblico uso degli abitanti a sue spese curò, nell’anno del Signore 1616.”

Il marchese è giustamente fiero della sua opera: un acquedotto che ha richiesto cunicoli, condotte in piombo e in terracotta nonché la costruzione di un ponte in pietra testimonia un notevole sforzo organizzativo ed economico.

La struttura in muratura che corre lungo il sentiero che porta al bottino era probabilmente la base di appoggio delle “condotte parte in piombo parte in terracotta”, mentre i “1500 passi” (oltre 2 km) si riferiscono verosimilmente all’intero percorso dell’acquedotto che potrebbe presentare altre tratte in sotterraneo.

Il ponte in pietra che attraversa la valle del torrente di Via Piana è tutt’ora visibile, anche se diruto e seminascosto dal bosco. È un’opera relativamente imponente, alta 15 metri e lunga una ventina, costituita da almeno due ordini di arcate sovrapposte.

Le cronache dell’epoca riferiscono inoltre che l’acqua fu portata anche nel vicino abitato di Catino ed un secondo ponte, anch’esso diruto ma di dimensioni simili al primo, da noi individuato lungo il fosso Puzzilli, potrebbe segnalare una diramazione dell’opera principale verso questo secondo centro abitato.

Purtroppo lo stato di conservazione di tutte le strutture è abbastanza preoccupante e gran parte dell’antico percorso delle acque è scomparso. Anche per questo è stato dato nuovo impulso a studi che comprenderanno ulteriori indagini sul campo e dettagliate ricerche di archivio, nella speranza di poter fornire entro breve tempo un quadro più completo di questa interessante opera idraulica realizzata nel XVII secolo e che merita, parimenti alle strutture storiche ed archeologiche di superficie, di essere tutelata e riqualificata.

Centro Ricerche SotterraneeEgeria” – www.speleology.it – http://speleology.wordpress.com

 

 

 

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Due parole sull'autore

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Carlo Germani

Speleologo dal 1972, è stato membro del CNSAS (Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico) dal 1976 al 2005 ricoprendo l'incarico di Delegato del V Gruppo (Lazio, Abruzzo, Molise) e membro dell'esecutivo nazionale. Socio della Società Speleologica Italiana dal 1978, ha ricoperto l'incarico di rappresentante regionale per il Lazio nel Comitato Nazionale ed è stato Consigliere nei dal 2003 al 2011, ricoprendo l'incarico di Vice Presidente dal 2006 al 2008. Curatore della prima edizione del manuale "Tecniche di soccorso in grotta", capo redattore del periodico "Opera Ipogea" dal 1999 al 2005. Ha esplorato le grotte naturali del Lazio, Abruzzo, Campania. Ha preso parte a numerose spedizioni all'estero (Marocco, Francia, Turchia, Giordania, Nepal) e organizzato campagne pre-spedizione in Tunisia e a Malta. Nell'ambito dell'attività speleologica in cavità artificiali annovera numerose partecipazioni a convegni e congressi. Svolge conferenze ed è esperto di fotografia ipogea, topografia e restituzione CAD.