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Olivone di Canneto Sabino: storia e visita

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October 8, 2012

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Olivone di Canneto Sabino: storia e visita

L’Olivone di Canneto Sabino è veramente un gigante, un esemplare rarissimo di una delle specie arboree da sempre più care alle civiltà che hanno popolato il Mediterraneo. Certamente è il patriarca degli olivi sabini nessuno dei quali può rivaleggiare con lui per antichità e bellezza.

Le sue dimensioni sono imponenti: un’altezza di circa quindici metri per un diametro della chioma di circa trenta metri ed una circonferenza del tronco, a 1 metro da terra, di 7.2 metri.

Alla sua base, il tronco è svuotato all’interno, a causa di una malattia dell’ulivo, avvenuta in un periodo difficilmente databile, che però ha aperto una piccola “caverna” che ora si va a mano a mano restringendosi grazie alla produzione di nuovi olivone di canneto sabinotessuti da parte della pianta stessa. Tra le molte “leggende” che circolano intorno all’Olivone di Canneto, vi è anche quella che, durante la Seconda GuerraMondiale, essendo la cavità molto più grande e più profonda nella direzione delle radici, venisse impiegata per nascondervi armi.

A tal proposito, ci racconta nel 1983 Lucia Maria Buffo sulla rivista Verde Mese: “Alcuni anziani di Canneto ricordano ancora oggi le carte topografiche degli Americani dell’ultimo conflitto mondiale: su quei fogli l’ulivo si offriva come punto di orientamento. La proprietaria dell’albero racconta che in quei tempi così duri, i soli rami tagliati dall’imponente albero gli valsero la fortuna di 500 lire”.

Continuando a prendere a prestito le notizie di Verde Mese: “Dai suoi rami intrecciati e dai tre enormi tronconi avviluppati sono venuti puntualmente, ogni due anni, quintali di olive fino ai dodici di oggi: venti volte più di un ulivo comune, con una resa finale di un quintale e mezzo di olio purissimo. Una qualsiasi pianta di ulivo riesce a produrre, nelle annate buone, soltanto sessanta chilogrammi di olive ….. Nonostante l’età non dà segni di stanchezza. Certo, come ogni ulivo ha bisogno di molte cure ma, date le dimensioni, il terreno di cui si nutre deve essere alimentato con una quantità esorbitante di concime, un quintale circa, mentre in primavera, per potarlo, dieci uomini impiegano un’intera giornata di lavoro”.

Si tratta di una pianta della varietà “Olivastro” la quale, ci informa il Consorzio di Tutela della DOP Sabina, produce un olio “fruttato medio con eleganti note vegetali lievemente amaro e piccante, equilibrato ed aromatico”. Anche la resa non è più quella di 150 chili di olio (pari all’antica misura della “soma”): “La produzione attuale è inferiore perché la potatura cui la pianta viene sottoposta è più orientata a curarne l’estetica che la produttività”.

L’Olivone di Canneto: la storia

Ovviamente, quando si arriva alla domanda che conta, cioè “quanti anni ha l’Olivone di Canneto?”, le ipotesi sono numerose. Ci piacerebbe poter affermare che è antico come Roma e che, come vuole la leggenda, sia coevo di Numa Pompilio, Re di Roma dal715 a.C. fino al673 a.C., originario della Sabina. Forse, però, sarebbe imprudente lasciarsi affascinare da questa antichissima prospettiva e potrebbe convenire avvicinarsi un po’ di più ai nostri giorni.

Di certo sappiamo che Canneto fu per molti secoli nell’orbita della vicina Abbazzia di Farfa e che quest’ultima incoraggiò lo sviluppo delle attività agricole sui moltissimi terreni di sua proprietà. Canneto nasce, probabilmente, in questo contesto, intorno al X secolo, come risultato dell’impulso dato dai monaci alla messa in produzione di aree incolte. Se l’Olivone venne piantato allora, potrebbe avere più di mille anni di vita: un periodo impressionante.

Oggi, l’Olivone di Canneto è proprietà della famiglia Bertini che lo comprò proprio dal Monastero insieme al terreno su cui si trova che era, appunto, proprietà del monaci. Ci racconta sempre Mese Verde: “L’ultima volta che l’ulivo è entrato in un documento ufficiale è stato nel contratto di vendita del 1866 ora depositato in qualche scaffale dell’Abbazia di Farfa, poco lontano da Canneto. Da quel tempo appartiene alla famiglia Bertini che lo ha acquistato dai frati benedettini dell’abbazia, proprietari dal V secolo dell’uliveto. Qui leggenda e storia si intrecciano. Pare che ciò che spinse i frati a cedere un bene così prezioso fu il timore dell’esproprio che i garibaldini, diretti a Roma, avrebbero potuto compiere sulle loro terre”.

Se vi fosse venuta voglia di vedere il gigante con i vostri occhi, trovarlo non vi sarà difficile: una volta raggiunto Canneto (frazione di Fara Sabina) che si trova a pochissimi chilometri dalla via Salaria tra Passo Corese e Rieti, le indicazioni turistiche per l’Olivone sono più che sufficienti per condurvi senza errore alla meta.

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Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.