Saturday, Aug. 24, 2019

Mosè di Michelangelo: le rivelazioni del restauro

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December 22, 2016

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Mosè di Michelangelo: le rivelazioni del restauro

La Tomba di Giulio II di Michelangelo, di cui fa parte la celebre statua di Mosè, torna a risplendere dopo il complesso restauro della Soprintendenza per il Colosseo e l’area archeologica e centrale di Roma, realizzata grazie al contributo de Il Gioco del Lotto.

La Tomba di Giulio II di Michelangelo

Lo stesso Michelangelo Buonarroti la definì La Tragedia della Sepoltura. Ci vollero infatti quarant’anni (dal 1505 al gennaiomosè michelangelo tomba giulio II san pietro in vincoli roma del 1545) perché potesse dirsi finita dopo diversi cambi di progetto ed addirittura di luogo: dalla Basilica di San Pietro a San Pietro in Vincoli.

Per essa Michelangelo scolpì a più riprese i famosi Prisgioni, oggi conservati due al Louvre e quattro alla Galleria dell’Accademia di Firenze a far da scorta d’onore al David.

Il monumento era stato già oggetto di un restauro nel 2001. Dopo quindici anni il Mosè, necessitava di un nuovo intervento di pulitura e di lievi restauri, a causa della presenza umana, portatrice di polvere, di umidità e di altri agenti inquinanti. La Soprintendenza ha così affidato il lavoro ad Antonio Forcellino, autore del restauro del 2001.

Gli studi condotti parallelamente ed a supporto del restauro, hanno generato una serie di scoperte.

Le scoperte del restauro

mosè michelangelo roma san pietro in vincoli tomba giulio IIIn primis la tecnica scultorea di Michelangelo. Dall’esame delle superfici delle statue è emerso che l’artista ha portato ad un diverso grado di finitura le superfici marmoree per rafforzare il valore luministico delle figure. Alcune parti delle anatomie e dei panneggi sono state trattate a “lustro” un procedimento fisico chimico che utilizza sottili fogli di piombo ed ossalati (generalmente veniva usata l’urina dei bambini), per conferire alle superfici un effetto lucente che rifrange fortemente la luce. In altre aree Michelangelo si è invece fermato al trattamento levigante operato con la sola pomice e con sabbie abrasive. Il contrasto tra i diversi gradi di finitura genera un diverso grado di luminosità e un effetto di tridimensionalità. La perfetta coincidenza delle parti lustre con le parti che ricevevano l’illuminazione diretta dalle finestre aperte a destra della Tomba, attesta un completamento dell’opera in connessione con la luce considerata elemento generatore della messa in scena della rappresentazione.

Il rilievo degli strumenti di lavorazione usati per la finitura superficiale (frottage) ha permesso di individuare la finitura operata direttamente da Michelangelo con l’uso di scalpelli a due denti (calcagnuoli) da quella dei suoi collaboratori che utilizzano abbondantemente la “raspa” per ultimare le superfici. La finitura superficiale dei fianchi del Mosè e del corpo del Papa è così emersa come del tutto identica, confermando anche per questa via l’attribuzione a Michelangelo di tutta la scultura.

E’ stato inoltre possibile precisare il progetto teologico che sottende il monumento nell’ultima fase della sua creazione. Infatti,roma san pietro in vincoli tomba giulio II mosè michelangelo è noto lo stretto rapporto esistente tra Michelangelo e Vittoria Colonna la quale frequentava dal 1538 Chiesa di San Silvestro al Quirinale insieme a Michelangelo e a molti esponenti del gruppo riformista degli Spirituali. In questa chiesa è stata riscontrata la presenza di una Maddalena dipinta intorno al 1530 da Polidoro da Caravaggio che fu il precedente iconografico della Vita Attiva posta da Michelangelo alla sinistra del Mosè per simboleggiare le Opere e in senso più generale la Carità. Questa scoperta, conferma le intuizioni che nel precedente restauro avevano portato a decifrare il programma teologico dell’ultimo progetto michelangiolesco come un programma scaturito dallo stretto rapporto dell’artista con il gruppo degli Spirituali. Vittoria Colonna, in particolare, può considerarsi l’ispiratrice del programma iconografico della Tomba, essendo nota la sua predilezione per la Maddalena come simbolo della Carità e delle buone opere attraverso le quali il cristiano toccato dalla fede viva, illumina la profondità della propria passione religiosa. Solo con la forte influenza di Vittoria si può spiegare il ricorso di Michelangelo ad una invenzione formale di un altro artista, ricorso che nella sua produzione non è mai riscontrato con tanta chiarezza.

La figura di Maddalena di Polidoro reca in mano un vaso contenente l’olio che alimenta la fiamma dell’ardore cristiano o l’unguento con il quale lenisce le ferite del Cristo.

roma san pietro in vincoli tomba giulio II mosè michelangelo La forte influenza di Vittoria illumina anche un altro episodio legato alla realizzazione della Tomba. La rilavorazione della statua del Mosè nel 1542, con lo spostamento a sinistra del volto. Infatti, nel processo intentato dall’Inquisizione al cardinale Giovanni Morone, esponente degli Spirituali e legato a Michelangelo da profonda amicizia, questi è accusato di eresia anche per il disprezzo che nutriva per le reliquie venerate dalla superstizione cristiana e in particolare verso il culto dei “vincoli” di San Pietro che si veneravano nella Basilica. Una circostanza che non può non essere messa in relazione alla scelta di Michelangelo di svoltare il viso di Mosè per distoglierlo dall’Altare dei Vincoli che si trovava di fronte e per cercare la luce proveniente dalla finestra collocata nella parete destra del transetto (successivamente murata) e che nella poetica michelangiolesca degli anni quaranta, simboleggia perfettamente la relazione diretta che lega l’uomo toccato dalla fede a Dio.

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