Saturday, Aug. 17, 2019

Orvinio: visita e storia

Pubblicato da :

|

July 25, 2013

|

in:

Orvinio: visita e storia

La visita di Orvinio è di quelle che danno soddisfazione: il passare dei secoli ha regalato a questo antico borgo – già dotato dalla natura di una bella posizione e di “aria fina”, come si sarebbe detto un tempo – testimonianze d’architettura e d’arte che vi lasceranno impressionati. Parte di ciò proviene anche dal fatto che Orvinio è la patria di Ascanio e Vincenzo Manenti, i maggiori pittori sabini del seicento, i quali non si tirarono indietro nell’adornare le chiese del luogo.

Il castello ed il borgo, le chiese di Santa Maria dei Raccomandati, di San Giacomo disegnata dal Bernini, la parrocchiale di San Nicola, Santa Maria di Vallebona, i suggestivi resti dell’Abbazia di Santa Maria del Piano, sono tutte mete da inserire nella vostra visita. In sovrappiù, per nutrire il corpo oltreché lo spirito, ad Orvinio si mangia bene dappertutto, aspetto da non sottovalutare in una gita del fine settimana come si deve.

La leggenda di Canemorto

L’odierna Orvinio fa il suo ingresso nella storia – in un qualche momento del X secolo – con il nome di Canemorto e così venne chiamata fino al 1863 quando, a valle dell’Unità d’Italia, come molti altri comuni, mutò il suo nome al fine di ricollegarsi a vere o presunte antiche origini. In questo caso, si trattava della Orvinium sabina e romana di cui parlano Terenzio Varrone e Dionisio di Alicarnasso attribuendole “un antico tempio di Minerva ed il tempio di Atena eretto sull’Arce”. Viceversa, però, non abbiamo prova delle affermazioni seicentesche che vorrebbero l’Orvinio di oggi posta nel luogo ove sorgeva quella antica.

Suscita però curiosità la particolarità del nome Canemorto. A questo proposito esistono diverse leggende, ed Amaranto Fabriani ben le sintetizzaorvinio visita storia castello malvezzi campeggi nel suo “Il Libro di Orvinio”: il nome Canemorto nacque “ … allorché, nella Valle Nuzia, in prossimità della antichissima e celebre Chiesa Abbaziale di S. Maria del Piano, le truppe di Carlo Magno riportarono una strepitosa vittoria sui Saraceni, facendone una vera strage. Sembra che ai primi tempi il nome si pronunciasse in plurale e cioè Cani Morti, alludendo al massacro dei Saraceni. Altra versione sarebbe, che il comandante delle truppe di Carlo Magno si chiamasse di nome Can oppure si riferiva alla qualifica del suo alto grado di comando … e che tale comandante venuto a morte, l’Amministrazione Civica di Orvinium, … decise di sostituire il nome di Orvinium con quello di Can è morto, poi divenuto Canemorto. Però la versione più diffusa … è la seguente. Sembra che Orvinium fosse dominata da un crudele tiranno che era il terrore degli abitanti. Avvenutane la morte, il popolo ne avrebbe esultato dalla gioia, gridando: Finalmente il cane è morto! Il cane è morto!”.

Orvinio: la storia

Risulta difficile risalire alle origini di Orvinio: di certo, nel 1078, il Regesto dell’abbazia di Farfa nomina un Ratterio “habitatorem in Canemortuo”. Dei secoli fino al XIII sappiamo poco: fu o possesso di nobili locali o dell’Abbazia di Santa Maria del Piano allora fiorente come si potrebbe intendere dal Registrum Iurisdictionis Episopatum Sabinensis che nel 1343 indica per l’abbazia di Santa Maria del piano un ruolo di controllo sui castra a lei vicini.

Divenne poi feudo degli Orsini: il primo documento che lo attesta risale al 1480-81. Quando, nel 1558, Maria Orsini sposa Vincenzo Estouteville il feudo passa nel patrimonio di questa famiglia. Nel 1573, Muzio Estouteville, figlio di Vincenzo, vende il feudo (congiuntamente a Montorio in Valle, Petescia, l’attuale Turania, e Pozzaglia) a Carlo Muti il quale vi unì Vallinfredda e creò un “fedecommesso”, cioè un feudo unico che doveva passare indiviso agli eredi. Michelangelo Muti nel 1632 lo cedette poi a Marcantonio Borghese che nel 1634 ottenne per il feudo il titolo di ducato. Canemorto rimase proprietà dei Borghese fino alla soppressione napoleonica del sistema feudale.

Il borgo e le chiese

Il borgo di Orvinio è dominato dal suo possente castello, oggi di proprietà dei marchesi Malvezzi Campeggi. Il suo sviluppo urbanistico avvenne in (almeno) due grandi fasi. La prima, medievale, limitava l’abitato ad un numero ridotto di case poste intorno al castello e protette da mura. La seconda, nel XVI secolo, vide invece l’ampliamento significativo del borgo con l’arrivo ad Orvinio degli abitanti del castello di Vallebona che venne allora abbandonato e del quale è possibile ancora vedere i resti introno alla chiesa di Santa Maria di Vallebona edificata successivamente nel 1643.

orvinio abbazia santa maria del pianoAll’ampliamento rinascimentale di Orvinio seguì la costruzione di un nuovo sistema di difesa, ancora oggi rintracciabile nel centro storico e perfettamente descritto da Amaranto Fabriani ne’ “Il Libro di Orvinio” (che potete leggere in rete). L’elemento di questo sistema che oggi balza agli occhi del visitatore è la grande porta Porta Romana (che apre l’attuale corso di Orvinio) guardata da due torri laterali.

La bellezza dei suoi edifici sacri sono il “pezzo forte” di Orvinio, in buona misura per l’impegno profuso dai Manenti.

Purtroppo, il suo più grande gioiello è ormai ridotto in rovina: l’Abbazia di Santa Maria del Piano, che si vuole fondata nell’817 d. C., aveva resistito per mille anni fino all’arrivo delle truppe napoleoniche: a quel punto fu acquisita al demanio ed i monaci costretti ad abbandonarla. Poi una serie di scelte (a di poco) infelici portarono l’abbazia, nel XIX secolo, ad essere utilizzata come cimitero. Gli sciacalli hanno fatto il resto. Vale però la pena di recarsi a renderle omaggio, magari a piedi per le ultime centinaia di metri, dove il sentiero di campagna rivela ancora tracce di basolato. La follia umana ci ha privato così per sempre di una delle sei grandi abbazie sabine.

Santa Maria di Vallebona, dalla quale si vede perfettamente il Monte Velino, è anch’essa adorna delle opere di Vincenzo Manenti recentemente restaurate; Santa Maria de’ Raccomandati, è però il vero gioiello seicentesco di Orvinio e ad esse dedichiamo articoli specifici.

San Giacomo a Orvinio: opera del Bernini?

Per chiudere in bellezza, San Giacomo è la chiesa giusta. In Sabina la sua facciata rappresenta un unicum e, se non si trattasse di una chiesa, Orvinio Chiesa San Giacomo“bomboniera” sarebbe l’appellativo giusto. Venne realizzata nel 1614 per volontà del barone Giacomo Muti e si è soliti attribuirla per lo stile della bella facciata al Bernini anche se di ciò non vi è prova documentale. Viceversa, essendo i Muti vicini ai Borghese ed avendo il Bernini lavorato per questi ultimi, nulla vieta che abbia effettivamente progettato anche San Giacomo.  All’epoca della sua costruzione, San Giacomo era la “perla” che andava a completare la sistemazione rinascimentale dell’urbanistica di Orvinio con la creazione di quell’asse nord – sud, perpendicolare a Porta Romana ed al corso del borgo, che ancora oggi rappresenta il punto focale della scenografia d’ingresso all’abitato e di cui San Giacomo rappresenta il termine a sud dell’asse stesso.

Ahinoi, terminata la munificenza dei Muti e dei Borghese, anche San Giacomo ha subito l’ingiuria del tempo, tanto da far esclamare (e scrivere) ad Amaranto Fabriani: “Qualche anno fa (siamo all’inizio del ‘900) è crollato il soffitto e il tetto, ma l’anno scorso è stata riscoperta; allo stato attuale è in completo abbandono, preda della polvere ed è fatiscente. Un piccolo gioiello che non meritava la sorte che gli è stata riservata. Il colpevole di tanto scempio, dovrebbe essere segnato al libro nero con lettere maiuscole”.

Purtroppo, in Italia, la lista di coloro che andrebbero segnati al libro nero è molto lunga. Per fortuna, invece, a restaurare San Giacomo è intervenuto il Comune di Orvinio e la chiesa è tornata ad ornare il bel palcoscenico di questa gemma della Sabina.

Share

Condivi questo articolo:

Potrebbero anche interessarti:

Corese Terra: storia e visita
Calvi dell’Umbria: i murales presepe
I murales di Selci in Sabina

Due parole sull'autore

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ consigliere d’amministrazione di SanaRes, la prima rete d’imprese italiana nel comparto sanitario. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.