Wednesday, Oct. 16, 2019

Con Paolo Fosso l’ansia va in scena

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January 4, 2015

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Con Paolo Fosso l’ansia va in scena

Ormai è appurato: l’ansia sta diventando una tra le patologie dei nostri tempi. Lo confermano le statistiche di consumo di farmaci assunti per paolo fossocontrastarne i sintomi. Da uno studio condotto dal CNR nel 2011, è emerso che sono 5 milioni gli italiani che fanno uso di tranquillanti ed ansiolitici. Il periodo attuale non aiuta: l’indefinitezza dell’oggi, provocata anche da una fase di recessione economica e valoriale, ci fornisce un’incerta esistenza giornaliera sempre in un precario equilibrio fisico e mentale. Tuttavia la correlazione crisi – ansia è soltanto una tra le possibili diadi scatenanti il sintomo. Naturalmente anche il tratto caratteriale può “aiutare” l’ansia nel trovare terreno fertile, come può dare ausilio il pensiero ed il ricordo. Un coacervo di situazioni, vissuti, esperienze possono esplodere in maniera talmente dirompente da farci perdere la bussola del nostro io più interiore. Dunque come fare per gestire questo stato di malessere? Le strade sono diverse. Una tra le tante è quella di rivolgersi ad uno specialista. E proprio la figura dello specialista, guida e mentore per l’ansioso durante il percorso catartico, e quella dell’ansioso stesso, sono i due pilastri sui quali poggia la piéce teatrale “Come il nero negli scacchi” scritta, diretta e recitata da Paolo Fosso. Attore  per passione, avvocato, padre di famiglia, Paolo ci ha accolto nella sua abitazione al centro di Rieti dedicandoci un’ora del suo tempo per discutere sul tema dell’ansia, sul perché ha deciso di portarla in scena e del suo personale rapporto con questo “drago” che erode dal di dentro.

Paolo Fosso ci riceve nel suo studio. Ambiente raccolto, foto ed articoli a lui dedicati incorniciati ed  appesi alle pareti. Una gran quantità di pipe, conservate in scatole di tabacco inglese, occupano la scrivania. Fogli impilati uno sopra l’altro, alla sommità dei quali si trova il copione di scena di “Come il nero sugli scacchi”. Ma c’è anche un iPad, inseparabile compagno di avventure. Il drammaturgo afferra una pipa, la carica di tabacco e la accende. È quello il segnale: si può cominciare l’intervista.

Paolo, che rapporto hai con l’ansia?  

E’ inutile girarci intorno: sono un ansioso. Nel mio tratto caratteriale c’è sempre stata l’ansia con alti e bassi. E’ una patologia che è ancora presente ed accompagna la mia vita. Al giorno d’oggi, però, si fa un certo abuso della parola. Ad esempio molti dicono “ho un po’ d’ansia” senza conoscere nel profondo cosa voglia significare davvero il termine dal punto di vista patologico. A mio avviso è un male gassoso, così come lo definisco nello spettacolo, ovvero riesce a prendere la forma che più far stare male ed annientare. E’ celebre la domanda che Ingmar Bergman, drammaturgo e regista svedese, che soffrì anch’esso d’ansia, rivolse al suo terapeuta: “ma io guarirò?” ed il medico rispose: “guarire è una parola grossa!”. Questo per dire che si guarisce dai sintomi che fanno star male, grazie a meccanismi e tecniche di controllo, ma il tratto ansioso di fondo rimane. Così come rimane ansioso Carlo Della Seta, protagonista del mio spettacolo, ma lui è un cronico e patologico. Carlo, come l’ansioso comune, rimane solo nel gestire l’ansia.

Parlaci un po’ del tuo spettacolo “Come il nero negli scacchi”: perché uno spettacolo sull’ansia ?

paolo fossoBeh, posso rispondere affermando che questo spettacolo è stato rappresentato nel momento giusto. Infatti in un periodo di crisi, qual’è quello che stiamo vivendo, ahimè, l’ansia e la depressione la fanno da padrone. Ho utilizzato il termine crisi, ma, a mio avviso, è errato. Io sarei più propenso ad utilizzare il concetto di fine di un’epoca. La fine di un’epoca che prelude un’altra. Quella che hanno vissuto i nostri genitori, basata su una stabilità economica, sta velocemente mutando e noi viviamo di un’apparente normalità. Proprio l’apparenza, l’evanescenza cela nel più profondo io, uno stato d’ansia, di frustrazione. Esso discende dall’impossibilità di poter fare tutto ciò che i nostri genitori hanno fatto. C’è anche da dire che l’epoca era differente. Infatti, a differenza loro, non solo non abbiamo più un benessere diffuso ma manca un “nemico” materiale contro cui combattere. Infatti la cosiddetta crisi, è qualcosa di inanimato, di immateriale: è un’entità astratta. Dunque sorge l’ansia proprio perché è difficile stabilire contro chi lottare. Ma c’è il rovescio della medaglia. Paradossalmente coloro che avevano già sofferto di patologie ansiose, possiedono una corazza per affrontare questa difficile fase. Al contrario la persona che non ha mai sofferto di simili patologie è senza difese, sta male e non ha i mezzi per affrontare stati d’ansia. Quindi, partendo dalla situazione sociale attuale ed aggiungendo anche un po’ di esperienza personale, è fuoriuscito questo spettacolo il cui intento è quello di far capire cosa prova un ansioso durante i momenti di sofferenza. È utile sottolineare che non si è strani se si soffre di ansia: è una patologia comune e parlarne è una via d’uscita. Farsi aiutare da persone competenti non è un peccato mortale. Deve entrare nelle nostre coscienze che come ci rechiamo dal medico per un raffreddore o una qualsiasi malattia, anche per affrontare l’ansia c’è bisogno di una specialista che capisca il sintomo e ci indichi la giusta via per risolvere il problema.

Perché hai scelto proprio questo titolo per il tuo spettacolo e che corrispondenza c’è con il tema dell’ansia?

La corrispondenza c’è, e spiego il perché. Io sono un appassionato di scacchi, soprattutto per il valore simbolico che hanno. Una volta feci una spettacolo con Giulio Base che ruotava intorno ad una partita a scacchi. Appresi che colui il quale ha in sorte le pedine nere ha il 50% di possibilità di sconfitta o di pareggio rispetto alla pedina bianca. Naturalmente, l’abilità di gioco dei due contendenti deve essere la stessa. Ora, in quella grande scacchiera che è la vita, chi ha l’ansia indubbiamente si porta dietro una zavorra: la pedina nera. Dunque l’ansioso nella vita perde o pareggia. Questo è il punto di partenza generale. Tuttavia, fermo restando che si parte svantaggiati, è anche vero che l’ansia nasce da una forte sensibilità, un’ipersensibilità. Se la parte sensibile fuoriesce, permette di cogliere aspetti che magari una persona “normale” non riesce a percepire. L’ansioso, in conclusione, nonostante lo svantaggio iniziale che si porta dietro, riuscirà a guardare la vita da un’ottica privilegiata: una finestra spalancata sui sentimenti più puri.

C’è stata, se c’è stata, ansia nello scrivere il testo dello spettacolo?

Beh; devo dire che nella parte autobiografica, perché è presente una parte autobiografica, la fatica e l’ansia è stata davvero parecchia. Andare a scavare nei sentimenti non è stato facile. Tuttavia per un attore tirare fuori le emozioni è un lavoro difficile ma necessario. Anch’io, comunque, di fronte alla pagina bianca, ho sofferto di quell’ horror vacui e l’ansia di non riuscire a strutturare il lavoro e portarlo a termine.

Una domanda più personale: da dove e quando nasce la passione di Paolo Fosso per il teatro?

Avevo 17 anni, ero a letto con l’influenza. Ricevetti in regalo una biografia di Vittorio Gassman, che lessi naturalmente. Subito dopo vidi una paolo fossotrasmissione intitolata “Attore amore mio” condotta da Gigi Proietti, che sarà poi il mio maestro. Da lì capii che avrei voluto vivere di arte, di teatro. Inoltre sono un appassionato di musica rock e volevo, quindi, cantare sul palcoscenico. Nel corso del tempo queste velleità sono andate prendendo forma fino a quando decisi di iscrivermi al laboratorio teatrale di Gigi Proietti. Furono anni davvero splendidi, in una fucina di talenti dalla quale hanno mosso i primi passi molti bravissimi attori che oggi sono miei grandi amici. Uscito dalla scuola di Proietti presi coscienza di aver appreso un mestiere. Certo, fare l’attore è come essere su un ottovolante: cioè è una professione nella quale alcuni giorni sei al top mentre altri giorni sei down: l’ansia, in questo caso, se non riesci a gestirla, ti fagocita.

Come gestisci l’ansia di tutti i giorni?

Mah, è inutile negare che a volte i pensieri associativi prendono il sopravvento. Tuttavia conosco ormai delle tecniche che mi permettono di riconoscerli e gestirli. A volte, e non mi vergogno di dirlo, qualche farmaco mi aiuta. Nonostante tutto ormai riesco a dominare l’ansia, a gestirne i pensieri che la scatenano ed a volte fargli anche una bella pernacchia!

In ultimo, alla luce di quello che ci hai confessato, si può sostenere che l’attore è un po’ lo psicologo di se stesso?

È un’antica diatriba! Gassman recitò, in un saggio della “Bottega Teatrale”, un testo dal titolo “Fa male il Teatro?” nel quale spiegava come la scrittura teatrale è terapeutica e comunque aiuta ad affrontare determinate situazioni della nostra esistenza. Poi c’è da citare la terapia teatrale: ovvero recitare come terapia psichiatrica. A mio avviso recitare è un mestiere, poi ognuno è terapista di se stesso ed affronta il mestiere di attore con approcci differenti. E’ una professione che porta a confrontarsi con se stesso e scavarsi dentro. Ha, quindi, degli aspetti bellissimi ed entusiasmanti ma, d’altra parte, rimanendo nella discussione psicologica, deve essere maneggiato con cura.

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Due parole sull'autore

Francesco Aniballi

Laureato triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università di Roma “Sapienza”, vive a Rieti. Appassionato di giornalismo fin da adolescente, ha collaborato con diverse redazioni locali di noti quotidiani nazionali ed ha svolto stage in redazioni giornalistiche televisive nazionali. Ha collaborato con una web tv reatina per alcuni anni. La fotografia è stato da sempre il suo amore. Con la pellicola e poi con il digitale ha scattato parecchie immagini, cercando sempre di raccontare momenti e situazioni originali. L’ascolto della musica jazz e la musica alpina - popolare lo attrae. Le nuove tecnologie sono un’altra delle sue passioni. Inoltre adora la storia sia moderna che contemporanea. Un amore nato in maniera lenta dai banchi delle superiori e poi sbocciato prepotentemente all’università. Adora la montagna in tutte le sue forme.